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Hippo blog » Blog Archive » La forza dell’òmme.

La forza dell’òmme.

Venerdì sera arrivo al solito posto davanti alla danza, che è un’enoteca quasi fighetta milanese che sta dall’altra parte della strada rispetto dove la mia ciampolina piccola quella grande fa lezione di danza.

La lezione finisce verso le settemmezza, e così io e l’ammmmore miiissimo abbiamo una scusa per trovarci una mezz’oretta prima all’enoteca e farci un bicchiere o due, per festeggiare che anche questa settimana se la sèmo levata dalle palle.

Questo venerdì arrivo un po’ tardi, e insieme all’ammmmore miiiisimo trovo AmicaBom.

Ciao ciao baci abbracci ciao ciao, poi faccio per togliermi il giubbottone peloso grosso e caldo, ma inizio ad imprecare il mondo, i santi e i demoni assiri perché si incastra la cerniera.

AmicaBom dice “vieni qua, ci penso io… è un Jan Le Petit de la Mer du Cul du Sac, vero?”

“sì” rispondo io

“allora ci penso io” aggiunge lei “sai, conosco l’amministratore delegato della Jan Le Petit de la Mer du Cul du Sac…

Io starei per replicare che non è che la cosa mi convinca più di tanto, cioè, sarebbe come se la tua panda si piantasse lungo la Paullese e io dicessi “ci penso io, una volta ho fatto un selfie con Marchionne”, ma temendo di incrinare le certezze di AmicaBom taccio.

Inoltre, spero che lei sia in grado di risolvere il problema, forse che i suoi rapporti misteriosi con il CEO dell’azienda possono in qualche modo darle un accesso diretto ai numi tutelare elle cerniere incriccate.

Io quindi resto in piedi, con il giubbotto addosso, mentre AmicaBom mantrugna con la cerniera.

Dopo un po’, scuote la testa e dice “è incastrato… prova a tirare i due lembi… forte, mi raccomando”.

Io, obbediente, brànchio i due lembi del giubbottone e tiro.

Forte.

Perché, cara AmicaBom, c’è questo piccolo aspetto che tu hai trascurato.

L’òmme.

L’òmme, in quanto òmme, ragiona con un sistema binario, bianco - nero, acceso - spento, azione - inazione.

E piano (quindi piano piano, proprio piano). Oppure, forte.

E quando tu dici a un òmme “tira forte”, all’òmme si chiudono le sinapsi, se mai si fossero aperte, e non ha alcun rilievo che l’oggetto destinatario della tirata sia un vaso di cristallo di Murano o la cinghia di trasmissione di una motoscavatrice industriale da tre tonnellate.

Esso, l’òmme, obbediente, tira forte.

E io, in piedi nell’enoteca, con addosso il mio giubbottone, in quanto òmme afferro i lembi del suddetto giubbottone e tiro.

Forte, come ha detto lei.

Con la stessa forza che metterei per spostare la cinghia di trasmissione di una motoscavatrice industriale da tre tonnellate.

Si sente prima uno “strap!”.

Poi una serie di “ping!” “pang!” “stiò!” “pèm!”.

E nel silenzio imbarazzato che segue, io resto in piedi con in mano i due lembi del giubbottone, ora ampiamente separati, mentre pezzi della cerniera sono volati sui tavoli vicini, nei bicchieri di vino e nei piattini di formaggio & salumi degli altri clienti.

AmicaBom mi guarda confusa, l’ammmmmore miiiissimo scuote la testa, io sorrido ebete e mi siedo.

Tornare a casa in scooter con il giubbottone aperto e svolazzante mi porta poi un allegro raffreddore, degna chiusura della serata.

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