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Hippo blog » 2014 » April

Archivio di April 2014

Dove sei?

Thursday 24 April 2014

Dove sei che c’è il sole?

Dove sei che c’è la primavera?

Dove sei che c’è da fare, anzi da non fare?

Dove sei che c’è da mettere la musica quella che non si deve ascoltare per forza?

Dove sei che ho voglia di leggerti il giornale ad alta voce mentre beviamo il nostro caffè americano che piace solo a noi?

Dove sei che ho voglia di smettere di scrivere di te, e passare il primo caldo con te?

Non mi dire che stai lavorando, lavorare, non vale.

Vieni subito.

E io chi sono?

Wednesday 23 April 2014

L’avvocato Pagliacci, che lavora nel mio stesso studio, qualche giorno fa alla domanda “chi fa il ponte del 25 aprile?” ha risposto, come altri, “no no, io resto qui, ho diversi casini da sistemare, poi ne approfitto, faccio ordine, mi levo un paio di rogne che ho lì da qualche settimana… no no, io ci sono, bello, carico, operativo”.

Bravo Pagliacci.

Stamattina, alle 9,15, Pagliacci sbotta.

- eh no, cazzo! - urlacchia Pagliacci

- cosa c’è? - gli chiediamo

- come “cosa c’è?” - risponde lui, sbuffando - non vedete? A milano, non c’è un cazzo di nessuno!!!! -

- effettivamente… - rispondiamo noi, cauti

- e in generale, non c’è nessuno che lavori!!! Ho già fatto quattro telefonate quattro, e di tre persone mi han detto che sono in ferie, mentre la quarta è proprio chiuso l’ufficio!!!! -

- ebbè… ma…. quindi? -

- quindi, cazzo, quando avevo detto che sarei rimasto a lavorare, pensavo di non essere il solo… cioè l’unico… cioè… che uno dice… lavoro… non vado via… resto qui a tirare la carretta cazzo… ma almeno, dico, almeno… non fatemi sentire un coglione, anzi, l’unico coglione, per questo… -

- ma scusa - gli chiediamo noi, modesti e timorosi - noi ci siamo… siamo qui con te a lavorare… -

- vabbè ma voi, voi non contate… cioè, non contate nel senso della bella vita… cioè, vi siete visti… nel senso buono, intendo… -

- ah, nel senso buono -

La morale, perché in tutto si deve trovare la morale, anche nel piccione che ti caga l’auto appena lavata, la morale, dicevo, è che l’Avvocato Pagliacci dalle 11.00 di stamattina è “fuori da un cliente”.

Quale cliente, per quale riunione, per quale pratica, perché non risultasse in agenda, non è dato sapere, e credo sia meglio non chiedere.

La morale, è: ma se, alla fine, l’Avvocato Pagliacci non avesse popo popo tutti tutti tutti, i torti?

Gabo (segue).

Friday 18 April 2014

Poco dopo, quando il falegname gli prendeva le misure per la bara, videro attraverso la finestra che stava cadendo una pioggerella di minuscoli fiori gialli. Caddero per tutta la notte sul villaggio in una tormenta silenziosa, e coprirono i tetti e ostruirono le porte, e soffocarono gli animali che dormivano all’aperto. Tanti fiori caddero dal cielo, che al mattino le strade erano tappezzate di una coltre compatta, e dovettero sgomberarle con pale e rastrelli perchè potesse passare il funerale.

Gabo.

Friday 18 April 2014

Oggi il mondo si divide in due, quelli che se gli dici “macondo” rispondono sorridendo “aurelianobuendìa”, e gli altri.

Io sono uno dei “quelli”.

***

Che poi un giorno metterò la parte delle farfalle, che tutti dicono l’incipit, ma la parte delle farfalle è che ancora oggi se prendi il libro dalla mia libreria e lo lasci aprire a caso si apre sulla pagina delle farfalle.

***

Che poi da grande scoprii Cèline e tutti quelli che scrivevano così e il flusso etc., ma da adolescente Il Generale nel suo Labirinto fu uno di quei momenti ah ma si può scrivere anche così.

Regression.

Thursday 17 April 2014

Ma si può?

Dopo anni di adolescenza lacrimevole di cantautori.

Dopo anni di apprendistato col traditional jazz.

Dopo anni di alternative jazz.

Dopo anni di classica, opera, balletto.

Dopo anni di robe che dovecazzol’haitrovato.

Impallarsi per gli AC/DC, all’età mia?

Tròvilo.

Tuesday 15 April 2014

Tipo sei mesi fa abbiamo comprato i biglietti per il balletto alla Scala.

A parte che costano un rene emmezzo, ma ognuno decide come spendere i soldi suoi, andare a tetro una sera non è banale, nel senso della logistica.

Prima di tutto, va messa in bolla la babysitter, che per fortuna stasera c’è.

Taaaaaaac.

Poi va gestito il lavoro che il teatro inizia alle 20.00 e alla Scala alle 19.59 chiudono e non ci sono cazzi tipo “mi scusi capo ci shtàv ooo’ traffico mi facci trasìre poi ci do un regalino”, nonnò.

Che non puoi popo non passare da casa, quindi fuga dal lavoro a orario tipo settunquarto che a Milano la ggènte ti guardano uscire e hahahaha che simpatici “uè capo, te ne vai? Oggi pomeriggio libero?” “ciao bomber, oggi fai part time?” “ciao grande, vai a casa? Ah bravo… ma da quando lavori nel pubblico?” e tu abbozzi, cheddevifà.

A casa bacialebimbe, cambia la camicia la cravatta docciaveloce che minchia puzzo, ribacialebimbe, istruisci la babysitter, ribacialebimbe, e via ùsci di corsa, che “èttardi”.

Quindi stamattina ero psicologicamente pronto per una giornata di guèra.

Bello preciso già incravattato dico all’ammmmmore miiiiissimo “ammmmmore miiiiiissimo prendo i biglietti che così li ho dietro nonsisamai…”.

I biglietti sono da sei mesi nel cassetto del comodino.

Li ho visti, in questi sei mesi, millemila volte.

L’ultima venerdì, quando ci ha preso il dubbio “maacheorainizia?” e io li ho presi, ho letto “alleventi!!!” e li ho riposti nella loro elegantìzzzzima busta color oro con il lògolo della Scala.

Quindi apro il cassetto, allungo la mano e branco una manciata di cianfrusaglie.

Niente busta color oro.

Busta bianca con cento euri, c’è.

Altra busta bianca, con tutte le banconote delle monete del mondo che nonsisamai dovessimo urgentemente tornare in Cambogia, abbiamo pronti tipo due o tremila ciùffi locali, che varranno come una manciata di foglie secche, ma i soldi nosibbuttano, oh.

Custodia dell’iPhone, c’è.

Carabattole, vecchie cuffie per il running, penne, monetaglia, libretto degli assegni, ci sono.

Manca solo làbbusta. Quella della Scala.

Minchia.

Comincio a sudare, mi sale la pressione e mi si gonfiano le vene del collo; a me, queste robe così mi tolgono la ragione.

- ammooooooore mio della mia vitaaaaa… -

- sì? -

- non c’è labbusta deli biglietti… -

- in che senso? -

Vene gonfie. Pressione tipo locomotiva a vapore in salita ad agosto trainando un treno di cento vagoni carichi di carbone nel deserto del uaioming. Mani sudate. Cravatta con effetto garrotta.

- nel senso che porco°§*^ç@@$%**+], cioè non c’è -

- ma c’era? -

Respiro dentro un sacchetto di carta, come ho visto fare nei filmi americani. Mi calmo.

- c’era, c’era -

- allora, se nessuno l’ha presa, deve essere ancora lì -

Effettivamente, da un punto di visto della fredda logica, il ragionamento non fa una grinza.

Resta il fatto che labbusta non c’è.

Ergo, qualcuno l’ha presa.

- Tu non l’hai presa? -

- maffigurati -

- e le bimbe? Biiiiimbebelleeeeee… non è che voi per caso eh avete per caso… -

- noppapà, non abbiamo curiosato nei vostri cassetti -

e mi dice proprio così, “curiosato”, scuotendo la testolina e sgranando gli occhi, e io non posso fare a meno di crederle.

Minchia la festa di venerdì.

- ma non è che qualche bambino compagno di classe dell’asilo nonché camorrista ladro schifìo scippatore spacciatore scugnizzo nonché appassionato di balletto li ha visti e rubbbbbati…? -

- no amore mio, nessuno è entrato nella nostra camera -

- vabbè ma allora???????? - sbraito io, ormai sull’orlo del collasso nervoso.

- li avrai presi e portati in ufficio… -

Ora, è vero che io porto in ufficio robe, in generale, talvolta anzi spesso senza un motivo concreto, ma anche concentrandomi non ho memoria di un’azione del genere.

Cazzo.

A questo punto, faccio quello che fa ogni uomo quando si trova davanti ad un problema che non capisce e di cui non trova la soluzione.

Prendo in mano qualcosa di pesante e lo sbatto contro qualcosa d’altro.

Ma forte.

Più volte.

Voi potete dubitare, ma per calmarsi meglio di questo si sono solo gli oppiacei.

Mancando gli oppiacei, sbatto ripetutamente cose a caso le une contro le altre. Forte.

Tengo il ritmo dello sbàtto alternandolo con invocazioni sumere tipo “cazzo” “merda” “troia” “vacca” “schifa” e le numerose loro declinazioni.

Quando lo sbattìo porta finalmente il mio corpo alla produzione di endorfine, mi calmo.

Mi inginocchio davanti al comodino.

Lo guardo.

Gli parlo.

Lo blandisco.

Lo accarezzo, gli strizzo l’occhio “dai cazzo, ti sei divertito, adesso basta, dobbiamo vivere insieme ancora a lungo, non vorrai che la tua immagine resti legata a questo increscioso episodio…”.

E il comodino mi parla.

Non posso spiegare altrimenti l’insana decisione di tirare fuori il più possibile il cassetto, sfilarmi l’orologio, slacciare il polsino della camicia e infilare la mano là, in fondo, dietro il cassetto.

Là, sul fondo, giace làbbusta.

Quando la estraggo, mi sento come Indiana Jones, come il comandante Nobile, come Livingstone.

Entro nella cameretta dove le ragazze si stanno preparando per la scuola e brando (brindo? brandisco?) làbbusta dicendo - era infilata dietro, in fondo, al cassetto… -

- vedi? te l’avevo detto che doveva essere là -.

95… o’ ciuccio…

Monday 14 April 2014

Università, interno giorno.

Carrellata su commissione di laurea, accaldata, nelle toghe nere, pesanti, di velluto.

L’ultimo  in fondo a destra ha la classica faccia del “checcifaccioioqquà?”, e gli altri lo guardano con la classica faccia del “checcifaqquestoqquà?”.

Poi tutto si spiega, sono correlatore di una tesi di laurea, e siccome il prof non si è mai degnato né di incontrare chi si laurea, né di leggere la tesi, mi ha detto venghi caro venghi lei a introdurre la tesi e a fare i domandi allo studente.

Passano, nella mattina, davanti alla nostra accaldata commissione, cinque studenti.

Quattro donne, un uomo.

Diamo in tutto tre centodieci e lode, un centodieci, un novantacinque.

Secondo voi, tra quattro donne e un uomo, chi era il 95?

E chi era lo studente mio?

Esatto.

Ars arf bau bau.

Tuesday 8 April 2014

Dice l’artista - vedete ecco ho messo insieme queste due parole e rendono molto bene il concetto della provocazione della prestazione della profanazione della penetrazione della suzione della condensazione della confederazione -

-essì -diciamo noi e siamo sinceri - è una figata -

- ebbè - risponde l’artista, mentre la giovane alternativa editor pierrer fotografer creativer blogger pusher annuisce convinta - che poi sono solo due parole, un font e uno sfondo nero, è anzi strano che non ci abbia ancora pensato nessuno... -

- ennò - diciamo noi mentre la editor promoter pierrer ci fa vedere le Tshirt con sopra stampate in un font bianco su sfondo nero le due parole che rendono molto bene il concetto della provocazione della prestazione della profanazione della penetrazione della suzione della condensazione della confederazione - ennò, è facile che dopo tutti dicono “ebbè checcivuole, potevo farlo io”, ma l’ha fatto lui, mentre tu eri su youporn sull’Xbox mentre tu guardavi Ternana - Acireale mentre tu ordinavi il terzo spritz mentre tu scendevi in canoa lungo l’Orinoco mentre tu finivi la riproduzione scala 1/5 del Duomo di Firenze fatto con gli steccoli del maxibon, ecco, lui ha messo insieme quelle due parole in un font bianco su sfondo nero, e tu no. Quindi -

- quindi? -

- quindi, puppa -

E’ un mondo RADICAL SHIT(tm).

Pessimo approccio.

Monday 7 April 2014

- e com’è andata la riunione? -

- bhe, passata la sua incazzatura per non aver trovato nessun motivo per incazzarsi, direi bene -.

Reputèscion.

Thursday 3 April 2014

Lui - …perchè io, alla fine, ho solo la mia reputèscion… -

Hippo - sì certo, però prima della fine, cioè, alla fine la reputèscion, ma prima della fine, tipo, hai qualche biffezza di milioni di euri, svariati incarichi da supercapo spaziale in almeno cinque multinazionali, consulenze per famiglie nella top 100 di forbes e molto altro… -

- sì, è vero. Ma la reputèscion, me la sono iniziata a costruire il primo giorno, e ogni giorno, grazie alla reputèscion del giorno prima, sono salito di un gradino, e ogni giorno ho dimostrato di valere tutta la mia reputèscion, e anche qualcosa in più. Per questo IO sono capatàz, e gli altri sono ciaccioni. It’s reputèscion, bèib… -.

Laggènte non càpano.

Wednesday 2 April 2014

Làggente non càpano.

Che non è colpa loro, è colpa tua. Cioè, non mia, popo tua tua.

Tua che li hai abituati, làggente, alle balle; alle mezze verità; all’intanto provàmose, poi vedàmo, speràmo, dìmo, fàmo, stàmo.

Tua che per anni quando gli hai detto “ètutt’appò dottò, èffatta”, era solo l’inizio di una estenuante trattativa di cui nessuno aveva idea nemmeno dei numeri, maccheddico i numeri, nemmeno del contenuto, della trattativa.

Ecco.

Che poi quella volta, che làggente ti chiede mi porti uno che sia interessato a comprare la Fontana di Trevi a un fantastiolione di miliardi, e tu gli chiedi, ma se io trovo un ciùla che vuole comprare la Fontana di Trevi per un fantastiolione di milardi, tu ‘ngéla vendi?

e làggente “uuuuuuuu aaaaaaa eeeeeee miiiiiiiiii epperchì m’hai preso, io sono io, vedi il biglietto da visita, vedi che sta scritto?”

“sta scritto capatàz mondiale analogico e anafestico internazionale”

“ecco appunto e quindi zitto bòno abbèllo pedalare”.

E tu - tu sono io, adesso, non più tu di prima che eri tu - tu dopo due giorni gli porti Gino.

Gino.

Che se guardi sull’internet, sul Forbs, sul cazz’ammuro, c’ha i paccheri di fantastiliardi di fantastilioni, e guarda caso, sta cercando da mesi, maccheddico mesi, aaaaaaaaanni (cos’erano? Aaaaaaaaaaaaanni…) popo popo una Fontana di Trevi.

Quindi tu chiami il capatàz mondiale e ‘ngi dici “oh Gino entro la settimana vuole vedervi e formalizzare l’offerta: a lui va bene il prezzo di un fantastilione di fantastiliardi, che faccio, lascio?”

Maccome? Maqquando? Maddove?

Come, coi soldi; quando, mò; dove, da voi, o a Londra, o Zurigo, ma pure Ulan Batur, guarda.

Ah ma no ma sai ma lui ma noi la proprietà non sa deve vedere la sorella la padella la maiella damme un po’ d’ossigeno mi faccio vivo io.

Ecco, voi, l’Italia, l’avete fatta diventare così.

Che làggente, anche quelli bravi, importanti, capatàz, non sono abituati a che uno gli dice eccoci, tu hai chiesto, io ho fatto.

Si cacano, perché anche loro, ormai, fanno tuffa, buttano lì.

E al momento buono, Gino si compra una fontana a Berlino.

Meno bella, meno importante, anche meno cara: ma siccome c’era scritto, sopra, vendesi (zu verkaufen, credo), il tedesco la vende.

‘fanculo, va.