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Archivio di January 2014

Ascoltare musica triste ma moderatamente sofisticata a Milano sotto la pioggia fa sentire abbastanza milanesi.

Thursday 30 January 2014

Sono le sei, e quando esco da là, in corso di Porta Venezia, è buio.

Piove, forte, intensa.

Le luci gialle, e i suoi cortei - questa non c’entra niente, ma quando dici “le luci gialle” parlando di Milano, devi subito dopo dire “e i suoi cortei” se no ti squalificano àvvita - si riflettono nelle pozzanghere ma in geniale si riflettono sull’asfalto bagnato, e le luci arancioni delle quattro frecce di un taxi si allungano sul nero della strada e tiri fuori l’iphone e fotografi.

Devo andare da qua fino là.

Là è così là che a piedi è lontana, ma non lontanissima, ma piove e non ho l’ombrello, la metropolitana si ferma vicino ma non così vicino, le macchine carsharing sono tutte lontane e allora mi incammino.

Piove, e in centro i palazzi sono alti che anche se stai sotto sotto il muro ti piove intesta lo stesso, ma io ho i guanti, e la testa fredda e bagnata ma le mani calde, è già qualcosa.

Devo mettere una musica mentre cammino se no cosa cammino a fare se no tanto vale che mi fermi in un bar e chiami un taxi e mi faccia fare una ricevuta da caricare su qualche cliente.

Ecco, questa.

Che ascoltare musica triste ma moderatamente sofisticata a Milano mentre cammini sotto la pioggia ti fa considerare che alla fine anche questa cosa, che piove, a Milano, a fine gennaio, un po’ non è male, se hai della musica triste, ma moderatamente sofisticata, da ascoltare a palla nelle cuffie dell’iphone.

Da Nunzio.

Thursday 30 January 2014

Piove.

Piove sulle biciclette legate ai pali d’acciaio

e sui loro lucchetti rugginosi.

Piove sugli scooter

parcheggiati di traverso.

Piove sulla gente senza ombrello,

sui cappucci dei giacconi e

sui cappelli di lana dei ragazzi delle scuole.

Piove sulle scarpe lucide degli avvocati

e sugli stivali di gomma dei bimbi fuori dagli asili.

Piove sulle finestre di notte e sulle macchine ai semafori,

piove sui semafori,

piove sulle rotaie dei tram e sui ciclisti che ondeggiano, equilibristi tra la libertà e un’anca fratturata.

Piove sui pony express

che gocciolano agli ingressi degli uffici.

Piove sul giovedì

che è quasi fine settimana.

Piove sui giusti, sugli ingiusti, sui vivi e sui morti, sui felici e gli infelici, sui buoni e sui meno buoni, sui giovani e sugli anziani,

e su di noi, che in tutto ciò siamo sempre un po’ nel mezzo.

Piove e non smette,

e qui da noi non ci sono le tamerici, né salmastre, né arse,

e invece di Ermione, come musa,

abbiamo solo Milano.

El mè Milan (c’è ancora speranza).

Monday 27 January 2014

Se non l’avete vista, vistatela.

Piazza Scala, oggi pomeriggio.

Le porte del teatro aperte, l’orchestra sinfonica che suona la marcia funebre dall’ “eroica” di Beethoven.

In platea, solo la famiglia di Abbado, scomparso lunedì.

La piazza, piena.

La musica esce dalle porte aperte e viene diffusa dagli altoparlanti.

La gente, resta ferma, in silenzio.

Per tutti i venti e rotti minuti dell’esecuzione.

Poi la musica finisce, c’è una pausa di silenzio, poi un applauso.

Nessuno grida, nessuno urla, nessuno fa cori, niente colombe, palloncini.

La gente, silenziosa e composta com’è arrivata, com’è restata per tutta l’esecuzione, se ne va.

Come dovrebbe accadere, quando una città vuole rendere omaggio, che brutta, abusata, retorica parola: diciamo “ringraziare”, che ha ancora un suono sincero, qualcuno che, a quella stessa città, ha dato qualcosa di importante.

Poi i scippi, i tag sui muri, i albanesi, i venti euri falsi, i bicicletti rubati, i ristoranti cinesi e tutto il resto.

Però, se avete visto questa cosa qui, di oggi pomeriggio, potete pensare, non dire mi raccomando, ma solo appena pensare, in un remotissimo angolo del vostro rassegnato e disperato essere ‘taliani, anzi no, milanesi, ecco potete pensare: c’è ancora una, piccola, infinitesima, speranza.

http://www.youtube.com/teatroallascala

Donne, dududù (baby boooomz…).

Monday 27 January 2014

La ciampolina quella piccola le piacciono i vestiti.

Ij particolare, le piacciono i vestiti da donna, intesi quelli caratterizzati dal fatto che li mettono le donne e non i maschietti.

Tra tutti, quindi, le gonne e i vestitini con la gonna.

Sabato sera, siamo andati da Benetton e siccome stanno i saldi con il costo di una cena mediocre siamo usciti con due sacconi due pieni di robe “da battaglia” per le piccole cinpripesse.

Tra tutto, la piccola ha passato sabato e domenica ad aspettare che fosse lunedì per andare a scuola e mettere “ilvestitinocoicuori”, cioè un abitino blu con dei cuoricini azzurri.

Normale, ma a lei ci piaceva parecchio.

Stamattina lunedì io esco presto che c’ho la riunione del lunedì mattina presto (jzkncflegm,hfk,ccisua!!!!).

- ciao amore mio belizzzimo e specializzzzimo, com’è andato il portaggio delle bimbe a scuola? -

- tutto bene, erano tranquille, siamo arrivate in tempo… -

- bene -

- solo la piccola, dopo essersi tolta il giubbotto, è entrata in classe ed è rimasta ferma nel mezzo della classe… -

- perché???? -

- perché si aspettava un coro di oooohhh e aaaaaaah per il suo bellissimo abito… -

- noooooo… patatina… e invece? -

- e invece non se l’è filata  nessuno…. -

- naaaaaaaa… -

- allora io ho fatto cenno alla maestra, sillabando ves-ti-to nu-o-vo, così la maestra ha fatto tutta la scena aaaaah eeeeeehh ooooooh e la piccola patatina se l’è tirata parecchio ed è andata a giocare felice con i compagni… -

- ma che amore… ma da chi ha preso, secondo te????? -

- da te -

- ah sì, eh? Dici? -

- dico -.

Tennis.

Wednesday 22 January 2014

Ascoltare qualcuno che parla o scrive di tennis è noioso.

Il tennis è uno sport bello, bellissimo da guardare, ma da parlare è veramente ‘na palla.

Quindi ora parlo di tennis.

L’altra sera ero a Mosca e siccome il fuso orario, a mezzanotte ero bello arzillo ma l’unica cosa guadabile in tv era eurosport e facevano il match tra Federer e Tsonga.

Era interessante perché c’era Federer, e come dice il mio amico Arba “Federer è l’unico tennista del tennis moderno che quando lo guardi giocare dici ah, beh, cazzo, facile!, mentre chiunque altro ti sembra faccia delle robe sovraumane”.

Quindi Federer si guarda perché prima o poi smetterà, piuttosto prima che poi ormai, e non ci sarà più, quindi quando passa in tv uno lld eve guardare.

Però per guardare Federer oggi - cioè adesso - c’è un altro motivo, anche.

Federer ha cambiato allenatore.

Ha preso Edberg.

Edberg - lo dico per te che sei nato dopo l’85 e quindi per definizione tiseipersotutto - è stato l’ultimo giocatore di tennis che attaccava.

Andava a rete.

Non ogni tanto, non quando tutti dicevano “vaiaretecazzo”, no. Lui ci andava sempre.

Una volta si poteva, lo facevano, poi il tennis è cambiato, le racchette sono diventate sparasiluri, i giocatori dei superuomini e insomma a rete non ci si va più, la palla viaggia troppo veloce e mille altre seghe, il tennis è cambiato e normalmente di sono due superatleti che da due metri fuori dal campo si tirano bum! bum! bum! delle bordate pazzesche correndo come asini di qua e di là finché uno dei due sbaglia (o muore).

Questo da almeno 15 anni.

Ora, perché Federer, il più grande di sempre, o degli ultimi venti trent’anni, diciamo, decide di cambiare allenatore e prende Edberg, uno che giocava un tennis che non esiste più?

Eh, perché lui - Federer - è intelligente.

L’ho capito guardando la partita l’altro ieri.

Federer - forte, fortissimo, pazzescamente più bravo di chiunque altro, non ce n’è - ha cambiato modo di giocare.

Attacca.

Quanto?

Tanto, tantissimo, diciamo che un game ogni tre o quattro va a rete.

E siccome è Federer, ed è strafichissimamente bravo, prima di andare a rete, mentre va a rete, quando è a rete fa delle cose che non fa nessuno - perché nessuno va a rete - e le fa da Federer.

E i commentatori inglesi americani dicevano, ridendo - giuro, ridevano dalla gioia pura di vedere quello che Federer faceva, era un continuo “oh my god!!!”, “I can’t beleive it!!” “did you see that??” “what a shot!!!” “please please please show us that shot again!!!!”… - dicevo dicevano ehi dobbiamo andare da Edberg ringraziarlo… che io non so, dicevano, se giocando così Federe vincerà o no qualche altro torneo dello SLAM, ma a noi, a noi a cui piace il tennis, ci stanno facendo un regalo incredibile.

Consiglio, ragazzi, se vi capita, cercate e guardate come sta giocando Federer in Australia, in questi giorni. Guardatelo. Se vi è mai piaciuto il tennis, poi mi offrite una birra per la dritta…

You’re in the army now.

Thursday 16 January 2014

No perché io c’ho sta fissa, che le storie di guerra sono roba da nonni.

Eh lo so lo so, però è così.

Oggi mattina, per esempio, chè l’ammmmmore miiiiiissimo è a Londra io sono solo e mi devo occupare di portare le ciampolìne a scuola.

Di solito, la mattina l’ammmmmore mio fa marciare la truppa come una pattuglia dell’esercito prussiano, e tutto scivola via in una più o meno oliata macchina perfetta.

Io, stamattina, prima di tutto ho fatto il trucco dello sparviero strabico, cioè le ho svegliate 15 minuti prima del solito, tanto piove, fa freddo, è buio pesto, loro non si accorgono della differenza e io mi sono creato un quarto d’ora accademico di cuscinetto.

Taaaac.

Esse, le ciampòline, hanno però l’istinto dello squalo, del ghepardo, della fiera, del predatore che sente, sente la paura, l’odore del sangue, la debolezza.

- forza ragazze!!! - grido gioviale mentre alzo la tapparella - tiratevi su!!! Hop hop hop!!! Andiamo!! Veloci… che quando papà ha fatto il soldato, aveva solo cinque minuti per lavarsi e vestirsi e se arrivava tardi non c’era più niente da mangiare… -

Ecco, èsse, con l’istinto del giaguaro, hanno sùbito colto lo spiraglio.

Sedutesi davanti al lattecolnesquick, hanno detto in coro - papà papone papino, raccontaci di quando hai fatto il soldato!!!! -

Ora, voi non lo sapete, ma èsse andrebbero avanti a farsi raccontare qualsiasi cosa, pure la lista della lavanderia, facendo gli occhi spallazzati e la boccuccia aperta, pur di non fare.

Non fare cosa?

Qualsiasi cosa debbano fare, quindi il “raccontaci” di solito porta loro a trovarsi in ritardo sulla qualunque, e il papà papone papino a incazzarsi come un lupo ferito preso in una tagliola.

Però siccome sono solo, e la solezza è debolezza, mi accascio e forte del mio stratagemma della sveglia anticipata, ottengo che mentre io racconto loro facciano colazione.

E via, parto con le classiche storie di naja, e all’improvviso mi vedo, davanti al fuoco, sulla sedia a dondolo, il plaid sulle ginocchia, e i nipoti piccoli che strisciano via lenti e astuti come furetti, bisbigliando “via cazzo via, nonno è ripartito con i ricordi della guerra…”.

Però alla mie ciampoline le storie sono piaciute, via, e ho anche promesso che zii, amichi conoscenti quando verranno racconteranno anche loro storie di militarismo.

Che è come dire, c’ho degli amichi vecchi.

E che siamo arrivati a scuola in ritardo, con lo sguardo riprovevole della maestra “e mi scusi, la naja…lo storie… il latte” “domanitornasuamoglievero????” “sì sì stasera” “ah ecco”.

“Ah ecco” cosa?????, poi…

Sette anni fa (we did it again… we’re changing the world another time).

Monday 13 January 2014

7 gennaio 2007.

U mòssu.

Monday 13 January 2014

Si va in Sardegna, dai parenti.

In Sardegna ma NO sulla costa barche spiagge bagni sole tope spiaggia droga sciampo ballere e briatore, no.

Sardegna dentro, nei paesi.

Insomma succede che noi dobbiamo andare in un posto, ma non c’è motivo di portare le bimbe, e quindi adiamo da zio Pietro e lasciamo lì le bimbe e noi andiamo e poi torniamo a prenderle.

Andiamo da zio Pietro e ci dicono ma che, andate via così, a digiuno?

Ma no eddai, sedetevi che vi fate u mossu (traduzione letterale: “un morso”, cioè vi prendete una cosa per non andare a stomaco vuoto).

U mossu.

Ci sediamo.

Salame salsiccia prosciutto formaggio.

Tutto buono, buonissimo.

Tutto a chilometro zero, anzi come dice zio Pietro, chilometro tredici, che sono i chilometri tra la casa e “la campagna”, cioè il posto dove zio Pietro tiene le bestie.

Vino, rosso, scuro, quasi nero.

Peso come una mannaia.

Siccome sono le due e sono in pista dalle otto del mattino, io ho un certo appetito e mi butto a pescione su salsiccia salame formaggio.

Mentre son lì che prendo il terzo giro, arriva in tavola la vassoiata di peperoni arrosto, e le foglie di lattuga ripiene di trito di peperoni, zucchine e aglio.

Daje, cazzo.

E daje di vino, che minchia la peperona.

Zucchine ripiene.

Ecchè, varai mica dir di no alla zucchina ripiena?

No, anzi, facciamo che la zucchina diventano LE zucchine ripiene.

Bòne, LE zucchine ripiene. Molto, ripiene. Molto al plurale.

Vabbè, s’è fatta una certa, magnato s’è magnato, eh, alla faccia dello spuntino, grazie eh, noi s’avrebbe da andare…

Come?

In che senso “parmigianadimelanzane”?

Che fate con quel vassoio pieno di parmigianadielanzane?

Come non è un vassoio, è il piatto mio?

Aaaaaaahhhh… mmmmmhh… bbbòna però… mamma mia bbbòna…

Stò a morì… vino… damme de vino… che sgrassa… forse…

Cosa? Come? Ah, è l’ultimo pezzetto, dice, non si può lasciare lì… oddio, a me più che un pezzetto me pare la pietra angolare della cattedrale di San Cimiato sul Lambro… vabbè… diiiiii qui, che coll’ultimo assalto la ammazzo io, la parmigianadimelanzane…

Ohi ohi ohi… ohi ohi ohi come sto male… ohi ohi ohi io mi alzerei un attimo… c’è del caffè…?

Caffè, sì perché?

Come “adesso”?

Adesso, certo, eqquando sennò?

Eh?????

Scu… scus… scusi… può cortesemente ripetere scandendo i paròli che sono un po’ ottuso di cibo…  ah, lei dice “ma come, prendo il caffè prima dell’agnello al forno?”… e con questo arguto e articolato giro di parole lei intende forse suggerirmi che adesso ci sarebbe da “assaggiare” un agnello… ah ma arrosto… ah ma piiiiiiicolo… un agnellino… anche perché se no sa di selvatico…

ah… piccolo… eggià… guardalo… effettivamente è piccolo, che sta tutto in un vassoio… due vassoiii… tre vassoiii… quattro vassoiii, di agnello al forno…

Oh, bene.

Adesso muoio.

Però lo so, e quindi mòro sereno. Gonfio, ma sereno.

Ah, dice che mi potrei salvare con un goccio, popo popo un goccino, una lacrima, una stilla, di acquavite “fattaincasa” (e ma c’avevo dei dubbi…)?

E via, una bella bicchierata di acquavite, che questa non si torva al negozio no no, questa ce la facciamo noi, giù, in garage, di nascosto, che in realtà dice è vietato, poi guarda che non si capisce mica, questa storia, che la gggènte rubano e sono in giro e invece a noi ci impediscono di fare l’acquavite in casa che poi chessarà mai, dice è una normativa dell’europa, in europa son tutti froci te lo dico io, che mettono il limite alla gradazione alcolica, e con quella gradazione lì fai solo robetta da donne, invece noi questa, poi, se la diluisci serve anche per la carrozzeria delle macchine, che poi tutte ’ste storie per uno che è rimasto cieco per aver bevuto l’acquavite fatta in casa, ma quella è colpa del contadino che non aveva  lavato bene il bidone della nafta prima di usarlo per farci l’acquavite…

U’ mossu.

Quando a Milano, dopo un vassoio di sushi, mi guardano dicendo “uuuuuh quanto ho mangiato… mi sento scoppiare”, io sorrido, sornione, e ripeto come un mantra u’ mossu, u’ mossu, u’ mossu…