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Hippo blog » 2013 » August

Archivio di August 2013

IMU a ròta (disclamier: populismo & retorica a gagganella).

Thursday 29 August 2013

Allora.

Cari.

A me sotto casa mia mi hanno rubato, l’anno scorso, tre biciclette.

Le avevo legate con catene tipo l’àncora dell’Andrea Doria, ma dice “eh ma vengono con i tronchesi industriali”.

L’altra giorno mi hanno inculato tutt’eddue le ruote della bici.

Non solo a me, eh.

A tutta la via.

Ad un paio, anche il sellino.

Ora, io non abito a Gratosoglio vista camponomadi accanto alla discarica con spiaggia sbarco migranti confine Romania vicino Napoli. Abito in quella che a Milano si può definire senza tema di smentita “zona signorile”.

Facendo i conti della spesa, a spanne insomma, io ho pagato di bicicletta, in un anno, più di quanto ho pagati di IMU.

E se devo essere sincero, ho bestemmiato l’IMU, come tutti.

Ma ho bestemmiato l’intero calendario dei santi dall’inizio alla fine e poi, ripreso fiato, dalla fine all’inizio, per ogni bicicletta o ruota rubata.

Quindi, mi sono reso conto che io, dal governo, non volevo l’abolizione dell’IMU.

Volevo - voglio - che si preoccupi di me.

E “me”, in questa accezione, è la mia vita quotidiana, la scelta di andare in giro in bicicletta, in una città òstica come Milano, limitando la massimo l’uso della macchina, anche d’inverno, anche se piove.

Facile, dirai tu, ma l’IMU lagggènte non avevano i soldi per pagarla, tu sì.

Ok, ma lagggènte gli rubano le bici, rubano gli scooter (”eh lo sappiamo, sono quelli del campo nomadi di via Rogoredo…”, rispose sospirando l’appuntato Pannunzio al mio amico che faceva la denuncia di furto), spaccano i vetri della macchina per rubare i tre euri che hai lasciato nel portaoggetti, strappano mentre cammini per strada l’orologio che ti hanno regalato alla laurea, e via così.

Allora io, e lagggènte, saremo anche disposti a dire io la pago, l’IMU, lasciala.

In cambio, però, mi alzi di tanto così - fare segno piiiiiiccolo piiiiiiccolo coi diti - la qualità della vita nel paese.

Non sei capace, dici?

Allora baffangule, tu, l’IMU e sorèta.

Ma soprattutto, tu.

Caìno.

Wednesday 28 August 2013

Leggevo du un quotidiano della notizia che Papafrancesco ha telefonato a una donna, argentina, vittima di uno stupro.

La mia prima reazione è stata che “Papafrancesco telefona a una donna in Argentina, e lei risponde grazie, ma lo sai che cazzo di ore sono qui???”.

Poi però leggevo sempre sul giornale uno che scriveva una cosa, che alla fine mi ha fatto capire perchè la telefonata di Papafrancesco mi aveva colpito.

C’entra Caino.

Dice che la chiesa, da sempre, quando c’è un peccato l’attenzione è sul peccatore.

Si è pentito, ha capito, il perdono, la catarsi, il dolore del peccatore, la riabilitazione.

Tutto giusto.

Poi Papafrancesco però non ha telefonato allo stupratore, per capire, perdonare, condividere il peccato e con la confessione liberarlo dal male commesso.

No.

Papafrancesco non ha chiamato Caino, per perdonarlo del suo terribile peccato.

Ha chiamato Abele, la vittima, ha chiamato la donna stuprata, e le ha detto “non sei sola”.

La chiesa è come se avesse detto vabbè il peccatore vabbè il perdono vabbè la confessione vabbè stocazzo, ma prima - prima - viene la vittima, del peccato e poi - poi - se c’è tempo, se avanza, sistemati tutti gli altri cazzi, il peccatore.

Che al peccatore, tanto, a perdonarlo ci pensa Dio.

Noi, pensiamo alla vittima.

Ebbrao Francè.

Clètton (is God).

Tuesday 27 August 2013

Ma dice dice dice ti sei comprato la chitarra?

All’età tua?

Che coqquei soldi ci compravi chessò un abito grigio scuro… (esticazzi, no?).

Dice perché?

Dico potrei dire citare letteratura alta

pè fa’ la vita meno amara

me so’ comprato ’sta chitàra

la voce èppoca ma ‘ntonata

nun serve a fa’ na serenata

ma quanno er cielo scènne e mòre

me sénto er còre cantatore…

Ma la verità è che nun c’entra la poesia.

E’ che sono quelle cose che… che poi non è la chitarra trùnka trùnka lèbbiondetrècce.

No.

Essa è fenderstratocaster.

Essa è elettrica.

Parecchio elettrica.

Elettrica tipo Hendrix.

Sharabaschnaàààuuuuùùiiiiiiignàgnàgnafaaaangpiiiopiiiiopiiiio braaaaàààaaaang.

Elettrica così, se c’attacchi il lo l’ampli marshall che m’hanno regalato ed è così fico che l’ammmmore mio l’ha visto e haddetto cheffico.

Ma perché mi chiedi perché.

Non lo so.

Anzi no. Non lo sapevo.

Poi, stasera, ho uscito un’uscita coi rrrrragazzi, l’ammichi miei.

Birra, junk food e storie, sempre quelle.

Siccome è martedì, alle undici a casa ciao cari ciao.

Io sono signorino questa settimana, ciampoline in montagna e ammmmmore mio dall’altra parte del mondo.

Non ho sonno, nonnò.

Cheffaccio?

Tiro fuori il fenderino dalla custodia, nero e bianco e legno lucido.

Lo accordo.

Attacco il marshall.

Attacco le cuffie.

Prendo l’ipad, apro l’app quella nuova, che ha tutte tutte tutte popo tutte le tabulazioni, che è come dire che ha tutte come suonare le canzoni.

C’è.

Lo so che c’è, l’ho vista la settimana scorsa.

Abbasso la manopola che distorce, che questa canzone va suonata pulita.

Ci provo un paio di volte, forse tre o quattro o cinque.

Poi, viene.

E dopo che è venuta, ci giro intorno, che è lei ma non è più lei.

E io, pe un infinitesimo di minuscolo di millesimo di secondo, mi sento a metà tra Clepton e Coltrane, improvviso - per un millesimo di secondo - scale jazz e il mondo è bello, tra l’ottavo e il decimo capotasto.

Adesso, adesso lo so perché ho un vestito grigio in meno, e un fenderino in più.

Per poter andare a letto, dopo una serata coi rrrragazzi, e dire

ho suonato questa.

Male, cazzo, l’ho suonata male.

Ma era lei.

Vabbè allora dicètelo.

Thursday 22 August 2013

No spiegatemi.

Io ho a casa il telefono.

Come tutti, direte voi.

No, come tutti i VECCHI come VOI, rispondo io.

I ggiovini, loro, in realtà a casa il telefono non l’hanno che tanto c’è il cellulare.

Vabbè.

Io in realtà ho il telefono a casa per avere internet, che è compreso il telefono ma sul telefono fisso non mi chiama mai nessuno.

Anzi, no.

Qualcuno mi chiama.

Di solito mentre mi sto popo popo ma popo per appisolare

- buongiorno sono énnia - da leggere con l’accento sardo stretto, non so perchè ma a me mi chiamano sempre con l’accento sardo - e volevo offrirle un’opportunità… - e va bhe poi la sapete.

Insomma a ma mi rompono ercà solo per vendermi qualcosa.

Adesso, spiegatemi se non deve esistere un giusto mezzo tra me, che mi chiamano a casa solo per rompercà, e lui:

schermata-2013-08-22-alle-151408

Che poi, ormai, pure a Lui gli risponderei - guardi caro lei è molto gentile e l’idea di marketing è anche originale ma si facci dire, l’imitazione fa proprio cagare… -.

Il genio.

Tuesday 20 August 2013

Siamo in montagna, in Svizzera.

Installati bene.

Installati che siamo in un appartamento, all’ultimo piano di una palazzina.

Ultimo piano talmente ultimo che per entrare si entra in ascensore, e nell’ascensore c’è il bottone del primo piano, il bottone del secondo e un buco per una chiave con scritto affianco “e tu chi cazzo sei?”, e infilando la chiave e girando l’ascensore arriva fino in casa nell’appartamento che si apre la porta dell’ascensore e vedi noi in mutande, per dire.

Poi, dal pianerottolo del secondo piano, parte una scala che c’è una porta che se la apri - con la stessa chiave dell’ascensore - arrivi anche lì in casa.

Ma questa porta è sempre chiusa e mai usata, vuoi mettere entrare in casa diretto dall’ascensore.

La regola, quindi, è una sola: MAI - MAI - ENTRARE IN ASCENSORE SENZA AVERE PRESO LA CHIAVE, che sennò scendere l’ascensore scende, che basta schiacciare tipo il piano terra, ma poi col cazzo in mano che torni su.

Quindi, una sera pomeriggia tarda esco per fare la mia solita sgambata in mountain bike.

- Amore mio belizzimo e specializzimo, io vado… prendo le chiavi? -

- No tranquillo, quando arrivi citofonami che ti apro io -

Vado, pedalo, sudo, sbuffo.

Torno.

Trrrrrrrrrrrrrrrrrrrr (suono di citofono svizzero).

- Chi è? -

- Sono me! -

Stlack (suono di portone svizzero che si apre).

Trrrrrrrrrrrrrrrrrrrr.

- Saaaaaa? -

- Amore mio belizzimo della vita mia speciale e inutile senza te, mi servono le chiavi dell’ascensore se no col cazzo in mano, che salgo -

- Aggià. Scendo a prenderti -

Ora.

Per motivi troppo lunghi da spiegare, abbiamo anche accesso a un appartamento al secondo piano.

Gli svizzeri, che sono svizzeri, non hanno come noi tutte le chiavi che pari San Pietro, no: lo svizzero fa una sola chiave con dei buchini, e a seconda dei buchini la chiave apre il portone - cioè tutte le chiavi dei condomini hanno i buchini che aprono il portone -,  la porta del garage, e poi a seconda dei buchini la chiave apre anche la tua - ma solo la tua - porta di casa.

In altre parole, hai una sola chiave per tutto.

Comodo.

Svizzero.

Noi, abbiamo ben due chiavi coi buchini: quella dell’appartamento dove stiamo, e che oltre alle porte funziona anche per salire l’ascensore fino a casa; e la chiave dell’appartamento al secondo piano, che ha i buchini che aprono, appunto, la porta dell’appartamento al secondo piano.

Siccome ci seccava avere due chiavi così, a muzzo, abbiamo comprato due bei portachiavi, svizzeri, rossi con la croce bianca della svizzera; non uguali, ma insomma, rossi sò rossi, la croce bianca è bianca, la svizzera è svizzera.

Vabbuò.

Io sono trafelato sudato davanti all’ascensore, che si apre e compare mia moglie l’ammore mio, che siccome era in casa a fare robe è scalza.

Ciao ciao amore ciao, mi porge la chiave coi buchini e il portachiavi svizzero.

Io infilo nel coso dell’ascensore la chiave, faccio per girare la chiave non gira.

Cazzo.

L’ammmmore mio ha preso la chiave dell’appartamento al secondo piano.

Siamo chiusi fuori.

Cazzo.

Le bimbe sono in casa.

Da sole.

Le bimbe, hanno tre e quattro anni.

Oh, sia chiaro, sono moooooolto intelligenti, ho già prenotato al MIT e alla NASA le aspettano con ansia, mentre Mondadori insiste per l’esclusiva sui primi romanzi (ma io credo sarà più un saggio di economia, o filosofia, o matematica e fisica) e al Guggenheim (quello di New York, non la baracconata di Bilbao, roba da turisti) insistono per avere il disegno che ho appeso sul frigorifero ma per ora tengo duro, insomma dicevo malgrado siano mooooolto intelligenti, diciamo che l’idea di due ciampoline di tre e quattranni chiuse in un appartamento al terzo piano mentre fuori cala il sole, non è il massimo.

Io corro e pedalo con l’iphone, che c’ho l’app per le calorie i chilometri e i cazzi, e quindi chiamo subito il custode del palazzo buongiorno buongiorno così e cosà, e lui dice eh ma io sono in montagna ora che vengo giù, prendo la macchina e vengo su da voi ci voglion due tre ore.

Caz.

La signora che fa le pulizie. Lei ha le chiavi coi buchini.

E’ pure lei in copp’ooo vesuvio, tipo, e ci voglion due ore magara tre.

Caz caz caz.

Io e l’ammmmore mio usciamo - lei scalza io sudato marcio - e giriamo intorno alla casa come due rumeni, alla ricerca di un appiglio, diciamo entriamo nell’appartamento al secondo piano che abbiamo le chiavi e saltiamo tipo due spidermans son tre metri di volo - in salita - per aggranchiarsi al balcone dell’appartamento, poi basta tirarsi su con la sola forza degli indici, zompare dentro, sfondare il vetro e finalmente eccoci qua bell’appapà.

No. Meglio di no.

Mia moglie - sempre scalza - parte come un furetto a testa bassa a caccia di una scala, alta tipo 15 metri, dice che in svizzera le hanno tutti, è tipo una tradizione.

Ma sembra che lì intorno sia tutti dei modernisti contestatori che delle tradizioni se ne impipano.

Nel frattempo, le bimbe?

Nel frattempo, le bimbe spongebob.

Nel senso che mia moglie le ha lasciate impallate davanti ai cartoni, e quando guardano i cartoni, manco lèbbombe.

Almeno fino alla pubblicità; che alla pubblicità quelle si risvegliano, chiudono la bocca - i cartoni portano ad un lento e progressivo aprimento della bocca, tipo “aaaaaaaaahhh…” - e vengono a crecarci.

Il tempo stringe.

Dai, cazzo.

Fai l’uomo!, mi dico.

Pensa!

No, un attimo, non confondiamo: l’uomo fa tante cose, ma pensare è roba di donne.

Giusto.

Riproviamo, mi dico.

Fai l’uomo!, mi ripeto.

Rompi qualcosa!!

Giusto, l’uomo, quando c’è un problema, ancestralmente affronta la cosa di forza e tendenzialmente prova a rimuovere il problema nel senso puramente meccanico, cioè rompe, sposta, abbutta mazzate.

Ma qui, non potendo abbuttare mazzate a nessuno, l’unica cosa da rompere sarebbe la porticina che porta sulle scale per l’appartamento: ma in pantaloncini, sudato e senza nemmeno un pezzo dde fèro, l’impresa non si presenta facile nè immediata.

Fai l’uomo!, mi ridico.

Urla!!!

Esatto.

L’uomo, se nella difficoltà non può risolvere il tutto sbarbando qualcosa dal muro o sciagattando qualcuno di schiaffi, di solito urla.

Bene.

Questo lo so fare.

Chiamo l’ascensore.

Arriva e si apre.

Mi metto in mezzo, infilo la testa nell’intercapedine tra muro e gabìna dell’ascensore, e grido.

Ma no “grido”, GRIDO.

Tipo, prendi un uomo, fallo infilare la testa in un’intercapedine, e digli “grida, ma forte eh!!!”.

Ecco, io.

Quindi grido, ma forte eh, che poi fossimo a Napoli al rione Sanità, ma in Svizzera, nella Svizzera tedesca, poi, ecco gridare forte è una roba che fa impressione.

Ma io, grido fortissimissimo.

Cosa gridi?, chiederai tu.

Lo so che il primo istinto, da uomo, con la testa infilata nell’intercapedine che rimbomba, è urlare àle àle roooomalèèèè!!! e sentire come rimbomba bene che pare de sta aaa’oooo stadio, ma poi ci pensi e gridi:

BIIIIIIIIIIIIMBEEEEEEEE!!!!!!!!

E dopo diversi gridi, un rumorino di piccoli passettini, e una vocina

- chi è? -

- sono io bell’appapà tuo amore mio piccola stellina mia -

- dove sei? -

- nell’ascensore amore mio -

- ciao papà!!!! -

- ciao amore mio piccolissima… senti, lì accanto c’è il posto delle chiavi… lo vedi? -

- sì! -

- la vedi la trovi amore mio una chiave con i buchini e il portachiavi rosso con la croce bianca????? -

- no! -

òrc… vàcc… pùtn lerc schif… respira, piano piano, respira…

- bell’appapà… seeeeenti… tua sorella, dov’è? -

- sul tappeto -

- sul tappeto? E che ci fa? -

- guarda i cartoni! -

- chiamila!!!!! -

Rumore di passettini che si allontanano.

Rumore di passettini che ritornano.

- dice che adesso non può che ci sono i cartoni -

puttlamailstrnzingroppallanemechittemuortaffangala…

- CHIAMILA SUBITO!!!!!!! - (…ùbito, ùbito, ùbito, rimbomba a lungo l’intercapedine…).

Rumore di passettini piccoli e passettini un po’ più gradi.

- Sì? -

- Amore mio, la vedi la chiave buchini etc.? -

- Sì -

- mettila nell’ascensore e poi io lo chiamo -

- perché? -

- PERCHE’ LO DICO IO!!!!!!! no dia amore mio piccola scusa eheheh dai amore mio… -

E mentre arriva l’ascensore con dentro la chiave quella giusta coi buchini giusti, arriva anche l’ammore mio, che ha raccolto rovi e rami per costruire una fionda tipo MacGiver che potrebbe usare per lanciarsi sul tetto e poi lei si calerebbe in corda doppia…

ma non serve più, saliamo in casa, e abbracciamo le bimbe, ignare ma felici delle coccole.

Tutto è bene quel che finisce bene.

E io, da padre, marito e, in ultima analisi, uomo, penso tra me:

Minghia.

Meno male che le chiavi le ha sbagliate lei, e non io.

#dovreilaoaemannchounca**divoglia

Friday 2 August 2013

Quando si arriva a dei traguardi anagrafici, come possono essere i trent’anni, spesso si tenta un bilancio della propria vita fino a quel momento. Altrettanto spesso si decide (o si desidera) di cambiare. Così, quando Andrea Balt, scrittrice e direttore del magazine online “Rebelle Society”, ha compiuto il suo trentesimo compleanno, si è trovata davanti a un bivio: fuggire o combattere.

Ma lei racconta di aver scelto una terza via, e cioè quella di guardarsi indietro e di valutare sul serio quelle che sono e sono state le cose davvero importanti. Ecco dunque che Andrea ha scritto una lista delle trenta domande che è necessario porsi prima di morire.

La prima. Quanto avete amato? Avete amato anche quando sembrava difficile, impossibile, senza paura di soffrire? Se è così, siete più ricchi di quel che credete.

Ho amato tanto, sto amando sempre di più.

La seconda. Cosa vi piacerebbe fare? C’è un modo per essere pagati per fare ciò che vi piace? Non bisogna sprecare otto ore della propria giornata per fare ciò che non si ama e le restanti per distrarsi dal fatto di fare un lavoro che non si ama.

Mi piacerebbe scrivere. Ma quello per cui mi pagano mi piace, e mi diverte. Oppure suonare jazz. Oh, sì, questo sì, suonare tanto jazz.

Terza. Chi o che tipo di persona vorreste come compagna di vita? Non bisogna pensare che sia impossibile. Bisogna sognare.

Sono a posto, bello pettinato, grazie.

Quarta. Dove vorreste vivere? Siete felici della vostra vita nel luogo in cui vi trovate? Potreste essere più felici da un’altra parte?

Piove troppo. E rubano le biciclette. A parte questo, Milano non è male. Magari, tra qualche anno, meno casino, più silenzio.

Quinta. Cosa volete realizzare? Qual è la vostra motivazione?

Una famiglia. E fare quello che cerco di fare, senza essere - troppo - disonesto. Sono un borghese, e non mi dispiace.

Sesta. Per cosa vorreste essere ricordati? Scrivetelo.

Era sempre felice. Faceva ridere. Si incazzava, ma gli passava subito, e dimenticava davvero. Era innamorato. Era un bravo papà.

Settima. Che tipo di vita vi renderebbe invidiosi? Perché? Se poteste ricominciare, a quale vita vi ispirereste?

Quelli bravi, ma bravi bravi eh, in quello che fanno. Mmmmmmmh che invidia porca e nera.

Ottava. Quali avventure vorreste avere? Potreste elencarne cinque?

Premesso che quando sei pàtce le avventure sì ma il pericolo con moooolta calma, (i) sci da fondo ai piedi, e una traversata tipo al polo; (ii) transAfrica, da nord a sud, in moto, con tutto il tempo che ci vuole, con gli amichi miei; (iii) fotografo di guerra; (iv) un’olimpiade, pure a fare il lancio del ferro di cavallo controvento; (v) tanto deserto.

Nona. Se poteste dare qualcosa all’umanità, quale sarebbe il vostro contributo?

Musica e parole. Tipo Albano, ma non proprio Albano.

Decima. Quali sono i tuoi fantasmi? Quali i tuoi demoni? E i vostri scheletri nell’armadio? Di cosa avete paura? Ditelo ad alta voce, siate franchi con voi stessi: è un buon modo per reagire.

Vabbè lo dico ad alta voce ma non lo scrivo, che so’ un po’ cazzi mii.

Undicesima. Quali sono i vostri ricordi più belli? Vi ricordate quattro o cinque episodi della vostra infanzia a cui siete particolarmente legati? Cosa hanno in comune fra loro? Potete trovare qualcosa oggi in grado di darvi le stesse sensazioni?

Oddio, l’infanzia… un po’ ‘na palla…

Dodicesima. Quali sono le persone che ami di più? Le dieci che metteresti su una scialuppa di salvataggio in caso di diluvio universale? Fate una lista.

Vabbè, dai.

Tredicesima. Cosa vi preoccupa di più?

Borghesemente, italianamente, la salute dei miei cari, poi la mia, poi di diventare povero, poi di diventare stronzo, ma questa è molto molto in giù, nella classifica.

Quattordicesima. Che tipo di persone vi ispirano e vi fanno sentire vivo? Cercate di avvicinarvi a loro, di stabilire un contatto. La vitalità è contagiosa.

Non sono d’accordo. Spesso, quasi sempre, quando ti innamori di una persona per quello che fa e non per quello che è, quando la conosci poi resti deluso: tipo Vasco, che senti le canzoni e dici vaaaaasco poi vedi l’intervista e “ah Mario daje ‘nabbotta s’è ‘ncantato di nuovo…”.

Quindicesima. Che tipo di persone vi buttano giù di morale e vi portano a odiare voi stessi? Evitatele, rompete con loro il prima possibile.

Eh vabbè poi la pace nel mondo e l’amore universale… passa sta canna dai.

Sedicesima. Chi sono i vostri maestri? Cosa vi hanno insegnato? Potete fare una lista? Ringraziateli.

Tanti maestri, in generale ciascuno per una cosa, piccola o grande. Grazie.

Diciassettesima. Chi siete davvero? Non la descrizione del vostro lavoro, ma cosa siete veramente?

Sono quello che faccio, che dico, che la gente sente e vede, oggi, forse ieri. Già l’altro ieri non gliene frega niente a nessuno, credimi ammè.

Diciottesima. In cosa puoi essere utile al prossimo? Quali problemi puoi risolvere?

Sono Wolf, Mr. Wolf: risolvo problemi. In carta da bollo, sempre se il Giudice mi da retta.

Diciannovesima. Come puoi esprimerti creativamente?

Ho un blogghe. Gratto una chitarra. Scrivo robe. Invento favole, Faccio le scenette con i pupazzi. E mica tutti devono da èsse Keith Jarrett, no?

Ventesima. Come puoi gestire il tuo tempo? Come puoi essere più produttivo?

Con una scopa nel culo…?

Ventunesima. Se doveste lasciare il mondo oggi, qual è il vostro “manifesto”? Cosa vorreste dire ai vostri figli se foste costretti ad abbandonarli inaspettatamente?

Premesso che scrivere con tre mani sui maroni è complicato, alle mie figlie direi che papà vi vuole bene, e di essere felici, che essere tristi non ne vale la pena, della vostra tristezza non gliene frega niente a nessuno, di cercare ogni giorno ogni minuto un motivo per sorridere, e di non dimenticare mai che un baffangule ogni tanto spazza via tanti problemi.

Ventiduesima. Cosa vi tiene in vita? Cosa vi fa accendere? Che cosa è in grado di farvi dimenticare il tempo e lo spazio, l’amore, il cibo e l’acqua? Bukowski diceva: “Scopri quello che ti piace e lascia che ti uccida”.

Oh, yeah. A parte il vietatoaiminori, ci sono alcune cose che oooooh yeah, e per fortuna non me le scordo.
Ventitreesima. Quali sono i vostri ricordi più dolorosi? Sono ancora vivi? Alimentano ancora le vostre paure?

Mha, paura e dolore sono cose che non devono per forza coincidere.

Ventiquattresima. Perché mangiate le cose che mangiate? Cosa pensate che dovreste mangiare? Cosa pensate di dover mangiare per alimentare il vostro corpo e rispettarlo?

Mangio perché mi piace mangiare. E bèvere.

Venticinquesima. Cosa vi infiamma il cervello? Potete farlo evolvere? Potete allenarlo e diventare più intelligenti? Non sprecate il vostro tempo per un divertimento senza senso che lo fa regredire.

Guarda, abbella, dopo i 40 è tutto in difesa, palla lunga in attacco che dobbiamo respirare, ma che te evolvi dopo i 40, dopo i 40 ti intravolvi, lascia fare.

Ventiseiesima. Quale esercizio fisico vi fa sudare come volete e vi dà maggiore piacere? Se non lo praticate, circondatevi di persone che lo praticano e imparate.

Il pugilato. Cazzo, quanto mi manca il pugilato.

Ventisettesima. Di cosa ha bisogno il vostro corpo per funzionare al meglio? Potete fare una lista di ciò che vi fa sentire sani?

Ma vale solo la roba legale?

Ventottesima. Cosa alimenta il vostro spirito? Cosa vi fa venire la pelle d’oca? Dio? L’universo? La musica? Le stelle? La scienza? L’arte? Gli animali? Pensateci, onestamente.

Amore. Arte. Silenzio. Eroismo.

Ventinovesima. Di cosa siete orgogliosi finora? Cosa avete realizzato? Non paragonatevi agli altri. Ci sarà sempre qualcuno che ha fatto di più e qualcuno che ha fatto di meno.

Orgogliosi? Premesso che i figli non valgono, non li “fai” per niente, un giorno passa uno e ti fa un regalo e ti ribalta la vita, premesso questo, orgoglioso no, ma almeno non mi vergogno troppo, che oggi è già tanta roba.

Trentesima. Portatevi avanti per il vostro epitaffio. Cosa ci sarebbe scritto?

Ciào cari ciào. Ciào. Nel caso, mi faccio vivo io. Ciào.

A professione cosa metto, “impiegato” va bene?

Friday 2 August 2013

Registrazione del neonato all’anagrafe.

L’omino dell’anagrafe ti dice “bonciònno” e tu cominci a compilare.

Luogo e data di nascita, e scrivi.

Poi, nome.

“E comm’ lo avite chiamat’, o’ frugoletto??? Shpero niente nomi del cazzo, chè lei non lo sa che nomi mi ci mettono laggente ai figli, oggigiorni”.

1

“Eshticazzi… vabbuò… ognuno poi co’ figlio suo fa come ‘ngi pare… andiamo avanti… lei è o’ patre, no? Deve scrivere pure ‘o nome suo…”

2

“vabbè… ma allora ditelo, che è nu vizio eee’ famigghia… senta, qui alla fine mi deve anche mettere che lavoro fa… perchè lei, lavora, vero?????”

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Va bhe, dai, si fa per ridere.

Però a me è piaciuto moltissimo.

E, da papà di due piccole specialissime cimpripesse, mi è davveri piaciuto il mestriere della madre, principessa del regno unito.

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PS. Buone vacanze.

Bei momenti.

Thursday 1 August 2013

Dalla riunione, invio una mail alla segreteria: “tra 5 minuti venite e avvisate che sono arrivati i clienti che aspettavo”.

Precise come solo loro sanno essere, dopo 5 minuti bussano le ragazze della segreteria “avvocato, scusi, sono arrivati i clienti per il suo appuntamento”

“grazie, cara, grazie… mi scusi, sa” dico alla persona che ho davanti e che sta ciacciando inopinatamente da due ore “ma ho un altro appuntamento…”

“vàdia, avvocato, vàdia pure!!!!” mi dice ciaccion man, sorridendo.

Io saluto.

Esco.

Fuori trovo le ragazze, che mi guardano, curiose e chiedono

“riunione con rompiscatole?”

Io, non rispondo.

Mi afferro le balle attraverso i jeans e comincio a schiacciarmele.

“Cosa fai?????” chiedono

“oh, che bello… oh, che bene… oh che goduria!!!!” mugolo io, schiacciandomi inesorabilmente le balle in una morsa.

“ma sei matto???”

“no… è che dopo due ore con quello lì dentro, anche maciullarmi le balle è un piacere…”.