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Hippo blog » 2009 » July

Archivio di July 2009

Orvuà (ma anche na).

Friday 31 July 2009

Io me ne va, con l’ammmorissimo mio la piccola cinpripessa andiamo via.

AH!

E voi NO!

E se anche sì, cazzacci vostri, per quanto mi riguarda.

Ci si rivede, forse, ma anche no.

Tiè!

Dèbby (the way we weeeeeeere…).

Thursday 30 July 2009

Quest’anno il derby Milan - Inter sarà il 30 agosto.

Premesso che io non mi interesso delle minuzie del calcio nazionale, il 30 agosto, minchia.

Per capirci, io ho cominciato a frequentare San Siro quando c’erano solo due anelli, ed ero allo stadio nel ‘79, quando il Milan vinse il 10° scudo, quello della stella, e il secondo anello era pericolante e la ggènte erano talmente tanti che entrarono anche nelle zone vietate e la partita non cominciava e Gianni Rivera prese il microfono e disse “grafffc scrrrcrcrae ghrfdyun grus” (minchia nel ‘79 l’impianto di amplificazione di San Siro faceva cacare), così quelli delle prime file si girarono verso su e gridarono “ooooooh! Dice il Gianni che se non ve ne andate dal secondo anello pericolante l’arbitro da lo 0 - 2 a tavolino contro il Milan e perdiamo lo scudetto e allora noi veniam su e vi facciamo un culo come il Palasport” (nel ‘79 c’era ancora, nel piazzale davanti a San Siro, il Palasport, quello tutto tondo che sembrava di stare a Barcellona, sì quello che poi nell’85 è nevicato ed è venuto giù come un canotto sgonfio).

Insomma, poi a 15 anni io e mio fratello che ne aveva 12 avevamo per vie traverse (notare che siccome si parla di calcio ho messo dentro, senza farmene accorgere, la parola “traverse”, che se uno ci fa caso, eh?) dicevo per vie traverse due tesserine da raccattapalle.

Ma siccome noi raccattapalle non eravamo, con le tesserine entravamo dentro lo stadio, e poi giravamo alla ricerca di due posticini liberi.

Facile, quando giocava Milan - Sanbenedettese, leggermente più difficile se c’era Milan - Juve o Milan - Inter.

Di derby ne ho visti parecchi, da tutte le posizioni, dalla curva sud al terzo anello alla tribuna arancio alla tribuna VIP con parcheggio sotterraneo, ma di tutti ricordo una costante.

Minchia, l’inverno.

Il derby di Milano, è d’inverno.

Esci di casa e ti intabarri.

Mutande di lana, calze di lana, scarpe grosse, panta di fustagno spesso, maglietta, camicia, maglione bello peso, sciarpa vera (quella finta, con i colori della squadra ma che non tiene caldo per un cazzo la metti al collo dopo, sopra la giacca a vento, con nonscialàns), guanti, cappello, giaccone.

Sali in macchina con altri amici, oppure in metropolitana e trams, e sudi come un camallo, arrivi allo stadio sali centomila gradini per entrare in tribuna e risudi come uno che lavora nelle miniere di sale, poi trovi il tuo posto, ti siedi e senti arrivare piano piano, dal nord, una brezzolina.

Fredda, ma umida.

Ghiaccia, ma bastarda.

Non forte, ma continua, inarrestabile.

Che al fischio di inizio hai già le palle gelate, ed alla fine del primo tempo respiri con un ranteghìno di gola e già lo sai che per i due mesi successivi incontrerai gente in giro e quando li sentirai respirare facendo “rrrrrrrrrrghhhhhhhffffff” gli sorriderai e gli dirai, tossendo: “il derby del mese scorso, vero?”, e loro annuiranno, felici e malaticci.

Alla fine del primo tempo, passava uno - un terùn, non un nègher come oggi - che vendeva “caffèbboggheetti!!!”, il caffè Borghetti, uno che aveva sulle spalle una specie di samovar legato con delle cinghie e uno stantuffo come quello per dare il verderame alle piante, e ti rapinava una cinquemila lire per un bicchierino di plastica pieno di broda calda al vago sapore di caffè ma sostanzialmente consistente in una sorsata di una specie di grappa calda, che ti scaldava anche la punta del pisello e ti faceva assistere al secondo tempo in una specie di nirvana alcolico.

Al derby ci si arrivava con almeno 10 giornate sul groppone e, se era andata bene, un paio di turni di coppa campioni o di coppa UEFA, quando la coppa UEFA era ancora “eh però la coppa UEFA!”, e insomma avevi un’idea precisa dei tuoi giocatori, dell’allenatore, degli avversari e di come sarebbe andata la stagione.

Insomma, ti sedevi di fianco a uno di mezza età con il cuscino pieghevole portato da casa sotto il culo, che dopo dieci minuti diceva, a se stesso più che a te “eh ma quest’anno il centrocampo àl gira minga”, mentre dall’altra parte c’era uno che si era preparato la partita che Liehdolm gli faceva la spesa, sapeva tutto della squadra avversaria, “vedi vedi come dicevo io che vengon giù sempre sulla destra, come diceva la Gazzetta due settimane fa” oppure “eh il libero” (sì, eraqno i tempi che ancora esisteva il libero…) “eh il libero mi soffre al ginocchio, vedi che si stacca più indietro del solito”.

Erano i tempi che i giocatori avevan “male al ginocchio”, e se te chiedevi sì ma cos’ha, la gente ti guardavano come un cialtrone incompetente novellino ragazzino vai vai a giocare alla morra, che qui si parla di calcio, c’ha male AL GINOCCHIO, cazzo c’è da sapere, ai giocatori fan male i ginocchi, stan fuori un tempo variabile da un mese a sei mesi, e poi ritornano in campo ma lenti e zoppicanti, e la gente in tribuna dice, con aria saputa “eeeeeeehhhh dopo il ginocchio, l’è minga più lo stesso giucatùr…”.

Questo, e molto altro, era il derby di Milano.

Al 30 agosto, con il tamarro a petto nudo anche di sera e la majala con le zìnne strette nella canotta e circondati dalle infradito in ogni dove, andateci voi, andateci.

Eravamo.

Wednesday 29 July 2009

Eravamo io, Shaquille O’Neal, Nino D’Angelo e il cingalese che fa il cameriere al bar sotto casa mia.

Apro parentesi: mica un cingalese qualsiasi. Per dire, al bar sotto casa mia l’altra sera Corona ha preso a pizze in fàzza la Belen, per dire eh. Chiudo parentesi.

E Shaq dice che deve andare in zona viale Premuda per una roba di lavoro e c’ha fretta e non ci sono taxi.

E dice a Nino Oh! Nino! Accompagnami tu con il tuo scooter - Nino D’Angelo quando sta a Milano gira con un Gilera Stalker 50cc elaborato.

E Nino gli risponde che in due con il Gilera Stalker 50cc elaborato non ci si può andare, allora Shaq gli mette il muso e allora Nino sbuffa e alla fine dice vabbè salta su.

E vanno via, Nino D’Angelo davanti, Shaquille O’Neal dietro, su un Gilera Stalker 50cc elaborato.

Una bella immagine.

Leghismi.

Wednesday 29 July 2009

Quella storia dell’esame di dialetto ai prof che insegnano nelle scuole del nord è una cagata pazzesca.

Però anche quella storia della supplente di italiano, greco e latino che al quinto ginnasio si presentò alla mia classe dicendo “io sto qua per impararvi l’italiano”, fa schifo anche quella, di storia.

E io mi chiedevo allora, e mi richiedo mo’, a lei, la laurea in lettere classiche, chi gliel’aveva imparata, e in quale università?

Relata refero.

Tuesday 28 July 2009

Da un blog che lego ogni tanto traggo la notizia che sull’edizione americana di Wired (settimanale edito anche in Italia con il classico taglio fighetto - tennologico - còmmunista) c’è una rubrica di “stile” e l’autore, in previsione dell’estate e del maggior tempo libero disponibile per socializzare, ha dato alcuni consigli di convivenza e convivialità, tra i quali estraggo questa perla:

“la tua fame o la tua stanchezza non sono un argomento interessante”.

Ritengo quest’uomo un genio.

Probabilmente, la misantropia che mi sta attanagliando in questi giorni ha un certo peso, nella mia valutazione.

Però.

Ditemi voi se ultimamente non siamo circondati da ggènte che parleno, parleno, PARLENO e ripeteno sempre la stessa cosa.

O son io che c’ho jazza, o la ggènte credono che la ggènte sono stupidi e quindi per dire un concetto ‘ngelo ripetono sette volte.

Anche otto.

Che mi vien voglia di prenderli per le orecchie e gridarci dentro “OOOOOOOHHHH! HOCCAPITO!!!! ABBASTA!!!!!!!!!”.

Che poi, se il concetto espresso ripetutamente fosse interessante, no dico, vabbè magari me lo digerisco ben bene, e ne vien fuori qualcosa.

Ma no.

La ggènte ti raccontano che sono stanchi.

- Uè ciao Ramòn bella zio allora come va? -

Che, caro Ramòn, sappilo, sàilo, sàllo, è un modo di re dire, tipo “buongiorno” che l’altro risponde “buongiorno a lei”, che se ti chiedo “come va” te mi rispondi “benegrazieetu?”, e non

emminchia sapessi mi sto a fa’ un culo così che poi ieri uno è passato e voleva una roba poi ieri sera non sono riuscito ad addormentarmi perchè avevo magnato le cozze poi una zanzara però poi ho preso una ciabatta l’ho spiaccicata sai adesso ho una macchia sulla parete ma sono andato a comprare un prodotto che dicono è utilissimo per smacchiare e al negozio già che c’ero ho preso un cacciavite nuovo che

e lì ti parte la sprangata in testa, ti parte.

Oppure quelli che ti raccontano quello che hanno mangiato.

Cioè.

Mi dici che hai scoperto un ristorantino nuovo in zona viale Premuda e si mangia bene? Grazie! Lo terrò presente.

Ma se mi dici che mentre eri in vacanza in Grecia e sei passato per caso su un’isola che manco ti ricordi come si chiama e mi racconti che hai cenato in un ristorantino sul porto, già mi hai cacato la minchia, ma se cominci a raccontare l’antipasto guarda un polpo morbido morbido bollito forse però no al forno poi bollito e le patate ma piccole non come le nostre con sopra rosmarino e una passata di sale e un’altra spezia forse cardammono o garofano e l’insalata fatta con anche il pane a pezzettini presentata su una foglia di ulivo con intorno anche del formaggio

e anche qui, una capata in fàzza altro non è che un atto dovuto.

Insomma, ultimamente la ggènte mi stanno parecchio sulla punta, mi stanno.

Vado in vacanza, cheddite?

Dìsce.

Monday 20 July 2009

Della serie come quelli che la banca gli ha messo dieci milioni sul conto per sbaglio, tipo.

C’è una leggenda che circola da decenni nel sottobosco del rock, e cioè che Paul Mc Cartney, quello dei Beatles, per capirci, sia morto in un incidente d’auto nel 1966, e che da allora il suo posto l’abbia preso un sosia.

Han fato fare delle analisi, pensando di chiudere la fregnaccia in quattro e quattr’otto, e invece sembra che i dubbi, restino.

Ora, che sia una cazzata siam tutti d’accordo, no?

Ma per un attimo, un mini secondo, pensateci.

Nel 1966 il buon vecchio Paul s’è un po’ sfranto la minchia della ggènte, le interviste, i fotografi, i cazzi e& i mazzi della celebrità, e assume un morto di fame che non sa far nulla, ma insomma gli assomiglia parecchio, e lo manda in giro a posto suo quando c’è da spaccarsi i maroni.

Poi, BAM!, Paul stiànta in un incidente d’auto.

E lui, zitto.

Good morning good morning, I am Mr. Mc Cartney.

E da allora, son trent’anni, fa finta di essere lui, e se la gode anche di parecchio.

Minchia, impossibbilo, certo, ma bellissimo.

Junk food.

Friday 17 July 2009

Le bimbe piccole e parecchio belle amano l’iPhone.

Nel senso che mia figlia, bimba parecchio bella e molto sveglia ed intelligente, prova una naturale propensione verso il bello e quindi quando vede un iPhone ce se bbutta.

Tuttavia, per quanto intelligentissima, ella ancora non ha la dimestichezza tale da permetterle di sfruttare appieno le possibilità della tecnologia dell’iPhone, quindi per ora, quando ne agguanta uno, si limita a ciucciarlo ed a cacciarselo in bocca ricoprendolo di bavette o, in alternativa, ad usarlo come scalpello per vedere quante volte lo si possa picchiare sul tavolo prima che cada a terra.

Così qualche giorno fa ha scagliato atterra quello dell’ammore mio, di iPhone, che si è incredibilmente ròtto (io farei causa alla Apple, io…), poi ieri si è smascellata il mio per una mezz’oretta buona.

E adesso il mio iPhone ogni 5 minuti compare una scritta “questo accessorio non è compatibile con iPhone etc. etc.”.

La cosa è di molto fastidiosa, senonchè l’ammore mio mi dice “ah anche Guidobalda, la figlia della mia amica Gina, ha sbausciato il suo iPhone e anche a lei vien fuori lo stesso messaggio”.

Vuoi dire che la Apple son così avanti che a un certo punto l’iPhone ti dice “oh ‘mbecille, non ci crederai ma non sono stato creato con il precipuo scopo di tenere in allenamento le gengive dei neonati!”?

unz unz unz

Thursday 16 July 2009

L’àmmmmmore mio che mi ama tanto si è ricordata che le dissi che avevo rotto le - ennesime - cuffie dell’iphone.

E ier sera mi ha fatto un regalo e mi ha preso delle cuffie ma quelle fiche, nel senso che entrano nelle rècchie, ti isolano dal mondo esterno e hanno una resa pazzesca sui bassi che pure una canzone di Carla Bruni suona zabàura come un pezzo di Frankie Hi Energy.

E quindi stamattina con la My Personal Vespetta sfrecciavo come un papero attraverso il traffico, con solo un ùnz ùnz ùnz nelle rècchie, e non sentivo nemmeno i vaffanculi (vaffinculi? vaffinculo? Vaffaonculi? Io sta regola del plurale dei nomi composti non l’ho mai imparata…) degli automobilisti in coda.

Jazzin’

Wednesday 15 July 2009

Càpita che a Milano ci sia il Milano Jazzin’ Festival.

Càpita che ci vanno a suonare - all’aperto, all’Arena, di sera - certa gente con i controciufoli.

Io, per non saper nè leggere nè scrivere, ho preso i biglietti per il concerto di domenica sera, quando suoneranno Herbie Hanckock e Lang Lang, e suoneranno insieme (non so se mi rendo capito).

Solo che da una settimana buona, in tutto il sitolo del MJF, il solo link che non apre una beata verza di nulla è proprio quello per la sera di domenica… mi devo preoccupare?

Aggiornamento: appunto.

Bùffa.

Wednesday 15 July 2009

Fàccaldo.

Fàccaddo.

Fa un cazzo di càddo, fa.

Che afa, che fa.

Alle tre di notte, preso da un raptus, agguanto il telecomando e accendo l’aria condizionata, “eh la bimba lo sai che dorme tutta scoperta povera poi prende freddo” uff allora spengo ma minchia, fàccaddo.

Sun tùt sudà.

Sì però minchia, fàccaddo.

Stamattina, le dico “ma te, stanotte, non c’hai avuto un cazzodicàddo????”.

E lei serafica “no guarda anzi io a un certo punto ho anche tirato su la trapuntina, che sentivo freschino”

“ma faceva CADDISSIMO!!!!!!!”

“no guarda non faceva per niente caldo, e anzi, d’ora in poi ti sarà formalmente vietato mettere il peperoncino sulla pasta a cena, altrochè caldo e caldo”.

Invecchiando, certi vizi si pagano sempre più cari.

Tipo che mezzo peperoncino sugli spaghi la sera, lo paghi sudando come un facocero per tutta la notte, e con un fastidioso ed insistente bruciaculo per tutta la mattina.

Da domani, pastina insipida, che fa anche bene al cuore.

Press office.

Thursday 9 July 2009

Incontro il portinaio del vecchio condominio.

E’ un equadoreno, brava persona, sempre molto incasinato con piccole magagne, una denuncia di un vicino per schiamazzi notturni, la lite con un vecchio datore di lavoro, una cartella esattoriale non pagata, un divorzio dalla moglie in Equador, un indicente con l’assicurazione che non paga perchè lui era in ritardo con le rate, etc.

Insomma, le prevedibili piccole e grandi rogne di un immigrato che si arrabatta in questa città malevola e ostile.

Il sottoscritto, ogni tanto, ha elargito consigli legali, ha leggiucchiato qualche lettera o qualche atto, e in un paio di occasioni ha anche scritto delle lettere e telefonato ad un paio di colleghi che avevano minacciato fuoco e fiamme e ufficiali giudiziari.

Il tutto, aggratis (a lo so lo so, si invecchia e ci si rammollisce, lo so lo so).

Quindi oggi ciao ciao uelà come va.

A proposito Hippo, mi dice, c’ho un problema che forse te mi puoi aiutare.

Vai, gli dico.

- Sai la mia macchina?

- No, non so, a essere sincero, ma facciamo finta di sì, che io so la tua macchina, e prosegui.

- Eh me l’ha portata via i vigili.

-Eh sculo merda spiace ma guarda è una stronzata il parcheggio è in via taldeitali, vai là identifichi la macchina ti rilasciano una carta vai al comando centrale registr…

- No non hai capito, me l’ha portata via ma non me l’hanno messa al deposito.

- Ah no? E che ne han fatto?

- Non so come si dice in italiano… han fatto questo…

E con le mani mima.

E mette le mani con le palme orizzontali, come quando per capirci indichi le dimensioni del pesce enorme che hai pescato l’altra estate, e poi piano piano le avvicina, fino a che tra le mani non c’è che una decina di centimetri.

Poi mette le mani una in alto e una in basso, orizzontali, come quando indichi quant’era grossa la coppa che ti hanno assegnato come miglior marcatore al torneo di calcetto l’anno scorso, quando hai giocato l’unica volta che nessuno dei tuoi amici era venuto a vederti, per capirci.

E poi avvicina le mani pian piano, fino alla distanza di un pacchetto di sigarette all’impiedi.

E ripete i due gesti uno dopo l’altro, in fretta.

- Scusa, caro, intendi dire che te l’hanno presa e schìsciata nella pressa riducendola ad un cubo di rottami venduto poi un tanto al chilo?

- Esatto!!!!!

- E, scusa sai, ma cosa ha fatto, di tanto grave, la tua macchina per essere ridotta ad un cubo di rottami?

- Ma niente, niente di niente, fino al giorno prima era lì, e poi all’improvviso mi arriva la lettera che me l’hanno cubata!

- Caro il mio zòrro - per i non pratici dell’idioma, in spagnolo “zòrro” vuol dire “volpe” (aaaaaaahhhhh! quindi Zorro si chiamava Zorro perchè era furbo… aaaaaaaahhhh eeeeeeeeeehhhhhh ooooooooohhhhhh) - caro il mio zòrro di montagna, sai stento a credere che i vigili a Milano prendan su delle auto a caso parcheggiate regolarmente e poi, senza dir nulla, le cubino a loro piacimento…

- Ma ti giuro che è così!!! Te che sei avvocato, puoi fare qualcosa?

- Guarda purtroppo non mi occupo di queste cose, ma ho un amico bravizzzzzzzzimo che sa tutto di macchine cubate, mò è un attimo via ma appena appena torna ti faccio chiamare!

- Allora ti chiamo?

- No guarda no non serve, te stai tranquillo, che mi faccio vivo io.

Long way de sbiès, part II.

Monday 6 July 2009

Si parte, da Marbella, alle sei del mattino.

Si arriva a Algecisar, dove imbarcano i traghetti per la Spagna, biglietti, a che ora parte il traghetto?

Bhe, quando è pieno, potrebbero essere le sette, settemmezza, otto, guardi diciamo che per le nove dovrebbe essere in mare…

Insomma, formalmente è Spagna, ma in realtà è già Afffrica.

Sul traghetto, stanno i marocchini che tornano a casa, il traghetto è lercio, si compilano delle scartoffie che sembrano infinite ma, ciccio, questa è una passeggiata di salute, vedrai a sud…

Scendiamo a Tangeri, dove un tempo ci cacavamo sotto alla dogana perchè è un frullare di personaggi improbabili che bussano ai finestrini e chiedono i passaporti e spariscono e poi stai in fila e non capisci in poliziotti i gendarmi il casino le mosche.

Oggi scendiamo dalla nave, a quelli che bussano ai finestrini ridiamo in fàzza, facciamo tutte le cartacce della dogana come se fosse il biglietto della linea gialla della metropolitana e prendiamo l’autostrada uscendo dalla città.

Siamo sereni, un po’ lunghi sulla tabella di marcia, uno dei bancomat dell’associazione non funziona, Wilson ha bruciato uno dei tre cd della telecamera in HD che dovrebbe documentare il viaggio, ma insomma la bussola montata sulla macchina indica come direzione, semplicemente “SUD”.

A metà pomeriggio ci fermiamo in un’area di sosta per la manutenzione.

Infatti il Magico, come viene affettuosamente chiamata una delle due Range Rover, ha questo piccolo problema che sbròffa fuori l’olio dal motore.

Che non è niente di speciale, dice il meccanico, solo che così vi fate fuori due tre chili d’olio al giorno, senza contare che viaggiate avvolti in una nuvola azzurrina a a sera puzzate come quelli che friggono le patatine da McDonald’s.

La soluzione è semplice: si infilano due tubi, tipo quelli per innaffiare il giardino, in due buchi del motore - la mia competenza meccanica non travalica il concetto di “buco del motore” - e i tubi finiscono in due contenitori, nella specie una vecchia borraccia da ciclista del Trattore ed un contenitore di detersivo da tre litri, preventivamente svuotato.

Ogni 150 chilometri, ci si ferma, si tiran fuori borraccia e detersivo, si apre il tappo dell’olio, si infila l’imbuto che per comodità viene lasciato dentro il motore, e si ributtan dentro quei due o tre litri che han sbroffato fuori.

Easy.

Insomma ci fermiamo.

Facciamo il solito rabbocco, poi entriamo a prendere dell’acqua biscotti caffè.

Torniamo alle macchine.

Il Lillo sale sul Magico gira la chiave GNA GNA GNA SPUT.

Non parte.

Ora.

Se siamo arrivati qui e andavi, abbiam spento la macchina e tutto regolare, checcazzo può esere successo?

Niente. Il pessimismo regna sovrano. Abbiamo davanti 4.000 chilometri di deserti, piste, pietre, sassi, sabbie, tuoni, fulmini, cavallette, cani, cavalli, criceti assassini e questa si pianta in autogrill? Non ce la faremo mai…

Wilson apre il cofano.

Infila le mani dentro, apre svita scuote ripulisce soffia si scotta.

Niente.

Poi infila la manona sotto un coso cilindrico che sta in alto sulla destra, guardando il motore (scoprirò più tardi che trattasi di strumento misterioso e segreto che pochi adepti chiamano sottovoce “alternatore” e che ha a che fare con una donna che pratica un tipo di magia detta “bobina”).

Wilson grida AHA!

E ci fa vedere un filo elettrico.

Sai un filo, come quelli che usi per attaccare le casse allo stereo, come quelli che stan dentro le prese? Ecco, anche nel motore di un’auto ci son fili così (davvero, non si finisce mai di stupirsi).

Il filo finisce con una piastrina di rame.

Spezzata.

Wilson prende il filo, strappa la piastrina di rame rotta, infila il filo - sudicio - tra i denti e strappa via un tòcco di copertura, mettendo a nudo i filetti di rame.

Li fa su, poi appoggia come se niente fosse i filetti fatti su sull’alternatore, dice al Lillo “accendi” e il Lillo accende la macchina.

Che va.

Ecco, non so come si siano sentiti gli spettatori quando quello gridò “Lazzaro, vieni fuori!” e Lazzaro uscì, ma noi si siamo sentiti come al cospetto di un miracolo.

Per dimostrare la nostra riconoscenza, il Trattore si rivolge a Wilson con una delle frasi più affettuose e piene di rispetto “OOOOOOOH minchia sta fermo che son così eccitato da quello che hai fatto che voglio sborrarti addosso”.

Son bei momenti.

Arriviamo in piena notte a Essauira, o come si scrive, a casa di un’amica di un amico, che per quattro soldi ci presta la casa.

Casa, oddio.

Merdaio, più che casa.

Ma siam così stanchi che alla fine, ricoperti i cuscini puzzolenti con una maglietta pulita, controllato che nelle lenzuola non ci siano più di tre o quattro scarafaggi morti, pisciato con attenzione nel water per togliere le strisciate di merda lasciate dai precedenti inquilini, andiamo a letto soddisfatti, giorno 1, fatto.

Ggente che vanno a sud.

Thursday 2 July 2009

gggènte che vanno a sud…

Long way de sbiès, parte I.

Thursday 2 July 2009

Arriviamo a Marbella che è mezzanotte passata, io, il Trattore e Cioccio, che siccome è molto intelligente e ha dimenticato la carta di identità, è partito alla sera con noi invece che al mattino con Wilson e il Lillo.

Ma il viaggio è cominciato subito sotto i migliori auspici.

Infatti, per risparmiare, invece che il Milano - Malaga della Iberia da 700 sacchi a testa, abbiamo braccinato un Milano - Madrid coll’Easy Jet e poi, dopo un’ora e mezza, un Madrid - Malaga con Span Air (sì, quelli che son caduti l’anno scorso).

Nell’ora e mezza di sosta a Madrid era addirittura prevista un’abboffata all’aeroporto.

Il volo Easy Jet va bene, per quanto possa andare bene un volo Easy Jet (italica coda a “cuneo” all’imbarco, la ggènte che non capiscono cosa voglia dire “adesso imbarchiamo solo quelli che hanno sulla carta di imbarco scritto “GRUPPO A”, mi scusi signora, lei che gruppo ha? Gruppo C? E allora perchè non ti sciacqui cortesemente da davanti al cazzo, brutta troia pelosa, e vai a morire gonfia in qualche discarica, senza offesa eh?).

Arriviamo sopra Madrid quasi puntuali.

C’è un bel sole al tramonto che illumina l’aria trasparente e luminosa di Madrid, che mette appetito.

Il pilota bofonchia “nbjx hnd mxa prepare for landing mzen mxngf”.

Scende, tira giù i flaps, tira giù il carrello, a due metri da terra BRAAAAAAAAA!!!! da tutta manetta e torna su.

La hostess prende il microfono e dice scusate è una procedura normale il pilota ha trovato brutto tempo e per sicurezza ha abortito l’atterraggio.

Vabbè. Fanculo. C’è il sole, cazzo di brutto tempo l’ha trovato solo lui.

Giriamo venti minuti.

Il nostro volo per Malaga parte tra poco. Orco qui e orco anche là.

Il pilota ci riprova.

Minchia c’è un bel sole. Brutto tempo, nisba.

Va giù.

Vai Mario, vai sereno, portalo giù.

La gente, fanno il tifo: vai ciccio vai, vamos maldido hijo de puta madre cabron, c’mon you sonofabitch, scìnn’ stu cazz’ e piezz’ ee’ fierr’ emmerd’, strunz!

Fkaps, carrellos, un metro e mezzos da terra… RI - BRAAAAAAAAAMMMM!!!!

Lo stronzo riparte di nuovo, con l’aereo tutto sbiesso che cigola e traballa.

Adesso passano un bel po’ di minuti, prima che l’hostess riprenda il microfono e dica eeeeeeeeehhhh… succede…

Qualcuno le tira una lattina (quattro euri una mini latta di coca, bastardi) e lei tace.

Giriamo quasi mezz’ora, stavolta.

Il nostro volo per Malaga stanno per aprire l’imbarco, e noi non abbiamo nemmeno fatto il check in.

Il pilota riattacca la pista.

Preghiere, poche.

Bestemmie, di più. Parecchie, di più.

Dietro, uno ne approfitta e si fa fare un mugolone dalla fidanzata, dice oh almeno muoio felice. Nessuno trova nulla da eccepire.

Flaps, carrellos, mortaccis suas. Parecchi mortaccis suas.

Stavolta atterra.

Una prova un timido applauso.

Il fidanzato la prende e si fa fare un mugolone, altro che applauso.

Nessuno trova nulla da eccepire.

Il nostro volo, parte tra venti minuti.

Lo stronzo pilota raggiunge un’area di parcheggio che deve essere al confine con i Paesi Baschi, tanto è lontana.

Finalmente si ferma.

Tutti scattano in piedi.

L’hostess dice OOOOHH! cazzo vi alzate siamo fermi solo per far passare dei pulmi.

Bestemmie.

Passano sei pulmi, lenti come la morte.

Finalmente parcheggiamo.

Arrivano il pulmi anche per noi.

Lenti. Molto lenti.

Arriviamo al terminal.

Il nostro check in è in un altro terminal, a due chilometri, abbondanti (chi è passato dall’aeroporto di Barajas recentemente ed ha dovuto cambiare terminal, sa di cosa parlo).

In compenso, dentro l’aeroporto fa un caldo canaja.

Ma almeno noi abbiamo borse, borsine e borsoni che siam carichi come portatori di una spedizione himalayana.

Corriamo lo stesso, sudando come bestie, con le cosce che fanno squish squish e le mutande infilate su per il culo.

Ma corriamo.

Arriviamo al check in sudati come merde.

Do una gomitata in bocca ad un inglese che chiedeva informazioni per un volo qualunque, e mentre quello in ginocchio cerca i suoi incisivi nel sangue sparso a terra, l’addetto mi dice eh ciccio cazzi tuoi il check in è chiuso l’aereo parte però prova a parlare con la mia capa, a quel desk laggiù.

“Laggiù” sono i 100 metri più veloci della storia, altro che Bolt.

Facciamo veramente pietà, tanto che la tipa chiama al gate e dice sì, dai, se correte vi aspettano.

Stampa le nostre carte di imbarco, mie e del Trattore.

Quella di Cioccio, non risulta il biglietto.

Spiace.

Noi ci avviamo.

Cioccio piange prega minaccia corrompe, e finalmente gli stampano la carta di imbarco.

Partiamo.

Arriviamo.

Wilson e il Lillo, che da programma avrebbero dovuto essere all’aeroporto ad aspettarci, quando finalmente rispondono a telefono dicono “uè siete già lì? Bene, siete arrivati puntuali… credevamo che foste in ritardo” “e perchè?” “no così sai come sono gli aerei” “e quindi dove siete” “tranqui, mancano solo quaranta chilometri e siam lì”.

E siamo ancora in Europa.

Con questa organizzazione impeccabile, mi dico, spezzeremo le reni all’Africa, ne sono sicuro.

Home again.

Wednesday 1 July 2009

Siam tornati.

Vivi, più o meno.

L’Afffrica, è come me la ricordavo, come nelle foto, solo moooooolto più calda.

Per esempio il Gambia.

Il Gambia mentre fai la dogana prima di aspettare il battello che ti porti dall’altra parte del fiume Gambia.

Caldo.

Caldissimo.

Ma in compenso umido.

Ma almeno non si muove un alito di vento.

Anzi, no.

Ogni tanto, qualcosa. un rèfolo, un trùfolo, un leggerissimo fìnferlo, di vento.

E solo allora scopri che proprio lì, a meno di dieci metri da te, deve esserci il deposito mondiale dove vengono portate a marcire le balene, i capodogli e tutti gli altri enormi pescioni che si spiaggiano nel mondo.

Lì, accanto a te, a cinquanta gradi umidi, col sole a picco, una balena putre che marcisce felice a pochi metri, mosche che si infilano in ogni orifizio, nègher che prima si lavano mani piedi e corpo nell’acqua marcia del fiume nel quale scivolano i rifiuti della discarica che vedi dietro l’ansa, poi vengono da te e ti danno la mano ti toccano ti abbracciano smerdandoti tutto di acqua sudicia di fiume marcio e lasciandoti addosso un fetore che, già lo sai, non se ne andrà per ore, impestando la macchina, e che alla fine ti propongono di comprare da loro una scatola di cioccolatini, che hanno casualmente tenuto fino ad ora sotto la maglietta lurida, per tenerla al calduccio.

Questo, e mille altre cose che magari, domani, racconterò.