Questo fine settimana sono stato in Sardegna, ospite dei miei suoceri.
Attenzione, annotiamoci questa parola: “ospite”.
In Sardegna, l’ospitalità è infatti una roba diversa da quella che conosco io.
Nel senso, te vieni a casa mia - e già come concetto di fondo, indipendentemente da chiunque tu sia, rompi i coglioni - e io ti ospito.
Siccome ad ospitarti ti faccio un favore, prima di tutto te 1) ringrazi e 2) vedi di spaccare i maroni il meno possibile e infine 3) fai lo stracazzo che voglio io che già stai dando noia abbastanza.
In Sardegna, no.
Siccome sei ospite, è come quando i primi bianchi sbarcarono nelle Americhe, che li misero su una portantina e ne fecero dei semidèi, ai quali tutto era dovuto e qualsiasi loro desiderio era un ordine.
Ecco, l’ospite in Sardegna è questo.
E questo confligge con le mie convinzioni: se infatti per me l’ospite è un rompicazzo - e lo è per definizione - io quando sono ospite io stesso mi sento un enorme rompicazzo, e quindi tendo a confondermi con la tapezzeria e farmi vedere il meno possibile, tentando di non dare noia.
Ma loro, invece, se te tenti di stare ai margini della lotta, pensano che tu sia arrabbiato, malato, triste o in generale scontento e tentano in ogni modo di rimediare, mettendoti al centro dell’attenzione e ricoprendoti di attenzione e cura.
Nel mio caso, questo mi fa sentire ancor più rompicazzo, portando la mia tendenza alla tapezzeria al parossismo e ingenerando così un circolo vizioso da cui non si esce vivi.
Ma l’ospite, in Sardegna, è caratterizzato da un ulteriore elemento.
L’ospite ha fame.
Dici come lo sanno?
E non lo so, ma lo sanno e se te provi a dire no, semplicemente non recepiscono.
Dev’essere una questione di lingua, di dialetto, ma “no oggi non ho fame” è una frase che in sardo probabilmente significa “portatemi subito un elefante da mangiare e che sia un elefante africano che quelli indiani son piccoli e poi mi rimane un po’ di appetito”.
E in ogni caso, se provi a dire no, loro temono che tu lo dica perchè non ti piace.
Cosa, non ti piace?
Qualsiasi cosa.
Che nel mio mondo, eh non ti piace? Guarda attaccato sul frigo sta il numero di prontopizza, chiamalo pure (col telefono tuo mica vorrai farmi spendere dei soldi ammè che già grazia che ti tengo in casa).
Viceversa, al solo sospetto che tu non gradisca quello che hanno cucinato, l’ospitalità sarda prende il sopravvento.
Cosa vuoi, cosa ti piace?
Il cucciolo di renna da latte in salsa di stelle alpine? Pronto! Nessun problema!
Mandiamo lo zio ad Aosta e per stasera c’abbiamo lo stelle alpine, mentre chiamo un amico che conosce uno che ha un cugino che ha fatto uno studio per l’università che è stato in Norvegia e trova sicuramente uno che ci manda una renna! La vuoi a pezzi, o la facciamo venire viva che ti piace ammazzarla a te?
Ecco, se sei un po’ sgamato questi estremi li eviti.
E quindi ti siedi a tavola insieme agli altri.
E qui c’è il problema.
Che in Sardegna si mangi a BENISSIMO.
Bòno,
Tutto, tanto, parecchio bòno.
Che è facile stare a dieta a Milano quando a pranzo scegli l’insalatina invece che la piada ùrfida.
Provaci te, che ti siedi a tavola alle due e mezza con un appetito da orso che si risveglia da letargo, la tavola in giardino sotto l’ombra dell’albero, mentre il vento porta il fresco del mare e dalle otto del mattino la casa è un mescolìo continuo di soffritti, pesce, vongole, cozze, gamberi, orate, spigole, spaghi, orecchiette, aglio tritato finefinefine, cipolla che va pian piano, la ricotta appena fatta il mattino stesso dallo zio allevatore, tre antipasti vino fresco e liquorino.
Vabbè, dai, mi lascio andare, e stasera salto.
Come salti?
Ma se stasera c’è il proceddu!!
Non dirmi che non ti piace il proceddu????
Cosa preferisci, una renna? Vuoi un’aquila fritta? Orango tango in salmì?
Oggi, ogni tanto, faccio ancora “burp”, se mi muovo di scatto.