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Hippo blog » 2009 » February

Archivio di February 2009

Ikea.

Thursday 26 February 2009

No poi dimmi se son normale, poi dimmi.

Sul corriere online c’è un articolo sugli sprechi dell’università.

Il titolo è:

“La laurea per piantare viti: un solo iscritto a Conegliano”.

E io - giuro - finchè non sono arrivato al punto dell’articolo in cui si spiega il contenuto del corso di scienze viticole dell’università di Conegliano, ho continuato a pensare:

“e te credo che c’è un solo iscritto, vabbè che oggi ci si laurea in qualsiasi cosa, ma che cazzo di esami fai, per piantare le viti…” mentre mi immaginavo lo studente, in aula, davanti al professore e due assistenti del corso di laurea su come piantare le viti, che a domanda risponde:

“allora, esaminata la testa della vite, si decide se optare per un cacciavite a croce o a lama, facendo attenzione a non confondere la vite tradizionale con quella a testa a brugola…”.

Giuro, l’ho pensato, ero serio…

Mac life.

Wednesday 25 February 2009

Ho scaricato la versione beta del nuovo safari, il browser internet di apple.

Seguo la solita procedura di installazione, poi a un certo punto mi dice

“spiace, nun ze po’ fa: motivo: ERROR”.

Mi son messo a cercare i tasti control + alt + canc…

Cèmpionz.

Wednesday 25 February 2009

Ieri sera ho saltellato tra l’Inter, la Roma, il Barça e un piatto di salsicce e purè annaffiato da un paio di bìre fredde.

E mi son ricordato, se mai mi fossi desmentegato, che il pallone è un giuoco bellissimo.

Destra 32.

Tuesday 24 February 2009

Mi dice il mio amico Squish che un suo amico che legge il blogghe - come “quale blogghe?” questo qui! Come “non si capiva scrivi dimmerda”???? - dicevo un suo amico che legge il blogghe ha detto una roba tipo

“mi è simpatico l’Hippoblogghe, anzi, guarda, è l’unico blogghe di destra che leggo”.

E ridacchiando sornione Squish mi dice  - lo sapevi, vero, di avere un “blogghe di destra”…? -

E io - certo! Come so di avere un cazzo di 32 centimetri, e come so che, quando do fioco alle scoregge, faccio una fiammata azzurrina di mezzo metro! -

- In che senso? - mi chiede Squish, che avendomi visto in diversi spogliatoi nutre qualche dubbio sui 32 centimetri (”saran al massimo 28!!!” dice).

- Nel senso che, se dobbiamo sparare cazzate, tanto vale spararle grosse!!! -

Fuor di metafora (quella delle scorregge, era una metafora, quella dei 32 centimetri no), questo è tutto, tranne che un blogghe di destra.

E chi non è d’accordo, è un commmunista che mangia i bambini e gli esce il fumo dalle tre narici.

Vergate sul Membro.

Tuesday 24 February 2009

Baricco, su Repubblica, ha scritto una roba sulla cultura.

Lo so che in questo blog mettere insieme le parole “Baricco”, “Repubblica” e “cultura” fa già venire la pecolla, ma son un po’ cazzacci miei.

Siccome è una roba lunga, ve lo dico subito, che è una roba lunga.

Poi, è anche una cosa seria, che ve lo dico subito, è una cosa seria.

Infine, secondo me è una roba intelligente, e detta popo bene.

Non è necessario leggerlo, naturalmente, però io lo coniglio caldamente (al forno, con le patate…).

*

Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un’indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un’agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda. 

In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell’intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l’essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui. 

Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà. 
A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all’indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali. 

Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare. 

Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. L’espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l’epoca dell’intelligenza di massa. 

Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un’espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico. 

Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare. Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall’essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati. Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita. 

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi. 

Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio. 

Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico). 

Oppure: vogliamo parlare dell’appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l’unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente. 

Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli? 

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco? 

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull’arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov’erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l’avevamo solo alzata nel luogo sbagliato. 

Riassunto. L’idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po’ avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi. 

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti. 

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel. 

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione. 
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C’è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo. 

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi? 

Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell’ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull’accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l’ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate. 

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

Baby Boom.

Monday 23 February 2009

Ieri la Cinpripessa ha fatto la cacca!

No, che si era preoccuati e magari ci tenevate, a saperlo.

Communisti.

Friday 20 February 2009

A me Veltroni è simpatico.

Ma riflettevo su una cosa.

Ha detto “mi dimetto”.

Gli han detto “no dai dai resta resta ritirile le dimissioni!!”.

E lui ha risposto “son mica il Pagliaccio Baraldi, ho detto dimissioni e quindi dimissioni”.

Poi è andato davanti al congresso, all’assemblea, al consiglio, insomma davanti a quelli lì e ha confermato “mi dimetto. Per questo questo e quest’altro motivo”.

E io mi son detto, sticazzi.

In Italia.

Però, Uolter, meglio, molto meglio di tanti altri.

Come i vecchi.

Friday 20 February 2009

Come i vecchi.

Che accendono il telefonino e digitano il PIN.

E il telefonino dice “PIN errato”.

E loro lo guardano con lo sguardo “stupido aggeggio, ti sei dimenticato il mio PIN!!!”.

E lo ridigitano uguale.

“PIN errato, due tentativi rimasti”.

I vecchi guardano ancora il telefonino, lo scuotono, ripensano a quel loro amico che ha un modello ugualo e dice che all’improvviso aveva cancellato tutti i numeri della rubrica, quindi può darsi che abbia dei problemi anche col PIN, e lo ridigitano ugalo: ma piaaaaaano, facendo attenzione ai tasti e ripetendo ad alta voce i numeri, come una formula wooodoo: uuuunoooo, uuuuuuuuunooooo - respiro, pulizia del dito che sudato magari scivola - duuuuuuuueeeeee…

“PIN errato, un tentativo rimasto”.

I vecchi bestemmiano.

Mugghiano.

Lòtrano.

Poi ripensano a tutti i PIN della loro vita: la testa frulla di sequenze di numeri, migliaia: no questo è il bancomat, no questo è il PIN della carta di credito, no questo è l’antifurto, no questo è il numero di casa di Rosamunda, la mia fidanzatina delle medie, no questa è la formula chimica dell’acido protossico, no questo è il codice fiscale…

E alla fine si convincono che quello, QUELLO e nessun altro numero, può essere il PIN.

E quindi, con la calma fermezza di un chirurgo che si avvia ad intervenire sul cervello di un paziente, digitano.

“PIN errato, per sbloccare inserire le DIECI (!!!) cifre del PUK”.

I vecchi a questo punto si bloccano.

Lenta, ma precisa come una lama d’acciaio, una consapevolezza, anzi due consapevolezze, li attraversano.

Uno: non c’è una sola possibilità al mondo che loro siano in grado di recuperare le dieci (!!!) cifre del PUK.

Due: all’improvviso si ricordano, chiaro, armonico e lineare come una poesia delle elementari, il PIN, che non è quello che hanno digitato tre volte.

*

Io, ieri sera, mi son sentito un vecchio.

Per questo, chi mi cercasse sul cellulare, mi trovasse spento, oggi.

Giovani, giovanotti, giovanili e popo vecchi.

Thursday 19 February 2009

Non sono giovine, lo so.

Manco un giovinotto, sono più.

Però sono sicuramente giovanile, e non sono ancora vecchio.

Ma non è - solo - una questione della data di nascita.

Che mi contatta su facebook una mia compagna del liceo.

Ciao ciao come va bene e tu figli sì quattro sticazzi! io per ora solo una, la vita l’amore le vacche - intese come le altre compagne di scuola - cosa fai nella vita io sposto cartacce sulla scrivania, tu? io faccio la prof. di chimica.

E io le scrivo, un po’ serio e un po’ faceto (e un po’ aceto) che io i miei prof li ricordo tutti, senza nessuna distinzione, con schìfo disprezzo odio & malevolezze varie, lei risponde nonnò guarda non è vero anzi a me i miei studenti mi rispettano e mi vogliono anche bene ne sono sicura (se se se…).

E aggiunge anzi guarda son stati proprio loro a spigarmi cos’è facebook e a dirmi “dai prof si registri anche lei su fb!!!”.

E io ci son rimasto.

Cioè.

La prof., che è sotto i 40, come ammè, non sapeva cosa fosse fb.

Magari l’aveva sentito al tiggicinque (anzi, al TG3 che i prof. son tutti commmunisti), in un servizio che metteva insieme alla rinfusa facebook, youtube, i “sòscial nètuork”, i filmi scaricati illegalmente dalla rete e l’immancabile rischio pedofilia.

E magari uno o due giorni dopo, in classe, ha chiesto agli studenti “ma ragazzi, voi lo sapete cos’è questo facebook, e come funziona?” e i più lecchini si son messi a spiegare alla prof come si fa come ci si iscrive e che figata, mentre quelli un po’ più sgamati - e che avevano appena preso 5 nell’interrogazione di chimica - stavano progettando di iscrivere la prof a tutti i gruppi neonazisti, filoberlusconiani e di ultras laziali della rete.

Ecco, per dire: i ragazzi, tra i 15 e i 18 anni, della prof che non sapeva niente di fb, hanno pensato che sia vecchia.

Non di età, che magari sui 5.000 la proffe li pianta tutti al terzo giro di pista e va via come Kiptanoui, no.

Intendo vecchia di mondo, rimasta inevitabilmente tagliata fuori, lenta, strana, e che in genere “non può capire”, e hanno ragione loro.

E poi alla fine lei mi scrive “sarà che mi avvicino ai 40, ma sento sempre più un’enorme nostalgia per gli anni del liceo… tu no?”.

No.

Io no.

Io, nostalgia dei tempi del liceo un par di balle.

Io al liceo non c’avevo una lira.

Non c’avevo nemmeno la moto o il motorino: io pedalavo, cazzo, al liceo. E abitavo in un posto che finchè non pedali non te ne accorgi, ma era pieno di salite (discese no, non ce n’erano, e questa cosa non l’ho mai capita).

Io c’avevo i brufoli, al liceo.

Io scopavo pochissimo, e male, al liceo (che se la reincontrassi oggi, le chiederei scusa, per come l’ho scopata male, a quella, e anche a quell’altra).

Mi innamoravo, al liceo, ma non era amore, quello là.

Ma soprattutto, al liceo, non avevo ancora deciso cosa fare della mia vita, ma già sapevo che schifavo la proffe, sprattutto quella di chimica.

Wonga.

Wednesday 18 February 2009

Ecco, adesso che mi avete fatto leggere il libro sul tentato colpo di stato dei mercenari sudafricani nel 2004 in Guinea Equatoriale, a me mi è venuta voglia di andarci, in Guinea Equatoriale, anche se tutti dicono che è un postodimmmerda.

Eh lo sapevate, allora non dovete farmeli leggere, quei libri lì.

Talpe.

Wednesday 18 February 2009

Secondo me quelli che voteno addestra son talpe.

Che passano la vita nel buco.

Che nessuno li vede li sente mai, ma mai eh.

Poi il giorno delle elezioni HOP! saltan fuori dal buco, con gli occhiali da sole e la scheda stretta stretta, corrono a seggio, ZAC! commettono il fattaccio e poi riscappano nel buco, e rosicchiare pezzetti di legno, fino alle prossime elezioni.

Perchè, in giro, non ce n’è.

“Oooooh tu sì tu tu con i baffi, voti a destra?”

“Io? Ma te sè mat? Non vedi il baffo stile D’Alema? Ohe ohe fringuello, piano con gli insulti che chiamo le guardie eh”

“scusi… e lei, signora con la spesa, lei vota a destra PDL Berlusconi?”

“No guardi io son moderata cattolica impiegata, voterei anche PDL ma solo senza Berluscone, finchè c’è lui io io voto Casini che è anche un bell’uomo”

“Giovane, uè giovane, volevo sapere… ”

“no capo non ho tempo devo correre alla manifestazione contro la chiusura del centrosocialeconchetta”

“dottore buongiorno, lei professionista fico ricco BMW casa montagna moglie rumba bumba&bamba, lei secondo me a Silvio, eh, lo vota eh?”

“no guardi io lavoro nel campo legale / dell’edilizia / gli spurghi / trasporto zappe / medico / filotramvie / importo puttane dalla Romania / vendo coca, e guardi sto governo ha fatto dei danni, guardi, ha affossato il settore, io non l’ho mai votato e mai lo voterò”.

E via così.

Eppure soffia, cantava Bertoli…

E facciamolo ogni tanto, di tutta l’erba un fascio!!

Tuesday 17 February 2009

Salerno.

Che ci fai a Salerno, a febbraio?

Lavoro, che altro?

E com’è, Salerno, a febbraio?

Allora… come dire… come fare a non essere offensivo… come poter essere equilibrato e onesto e corretto e…

fa cagare.

Salerno a febbraio fa cagare.

E’ sporca. Ma sporca, sporca, sporca.

Brutta, coi ruderi, povera.

Dici eh è il sud.

No è il nostro sud, che se sei andato nel sud tipo della Spagna, allora capisci che c’è sud e sud, e il nostro, fa schifo al cazzo.

Dici ma minchia sei sempre così negativo… ci sarà qualcosa di buono, a Salerno in febbraio!

Certo che c’è!

E cosa c’è di buono, a Salerno in febbraio?

Di buono c’è che per tornare e Milano, in treno, da Salerno in febbraio, devi cambiare a Napoli, dove scendi dal treno e hai tipo quaranta minuti di tempo prima della frecciarossa per RomaMilano.

Quindi scendi dal treno da Salerno, e fai dici faccio sì faccio due passi intorno alla stazione. Di Napoli.

Ricordi anni fa, la prima volta che sei arrivato a Jam Al Fhna - o come si scrive… - a Marrackech?

Ecco, prendi quella sensazione lì.

Però senza la giustificazione mentale “eh in fondo sono venuto in Marocco, che cazzo”.

Qui, anzi lì, non è Marocco, nonnò.

Le urla.

La ggènte che stanno fermi, seduti, a guardarti.

I rifiuti ammassati, agli angoli delle strade o in mezzo alla piazza.

Le macchine, smarmittate, che sgasano in coda.

La musica, neomeldica napoletana, che esce dai negozi, forte, parecchio forte.

La bancarelle, ammassate, tipo mercato, ma diverso, no mercato ordinato buongiorno signora, no, tutto solo brutto.

I copertoni, abbandonati nel mezzo del parcheggio.

I ragazzi - ma anche gli adulti - in due in scooter, senza casco ma con gli occhiali da sole gggrossi.

I tassisti, in fila, grìdeno, non si capisce cosa, ma grìdeno tanto, a voce alta, a bocca aperta, con le mano agitate.

Il poliziotto, sta seduto in macchina e fuma e parla al telefonino.

Zingari, chiedono la carità in dialetto napoletano.

Puzza, di roba marcia lasciata già marcia a rimarcire sotto il sole.

Vorrei andare a vedere le stradine attorno, poi però mi ricordo del rolex modello “milanesedelcazzo” che ho al polso, quindi no stradine.

Poi l’altoparlante della stazione, dice “ANGNSTRZKM CHHJRTRTV NXDGHGFRTN MILANO MXEFC” e io vado verso la frecciarossa RomaMilano, salgo, respiro.

Questo c’è, di buono, a Salerno a febbraio.

Che non è Napoli.

Poi a Milano, scendo il treno la piazza della stazione sta una sciùra che dice a un’altra “ah cava guavda la piazza qui come è degvadata” e io le direi “sciùra, lamèntas no…”.

Poi sì lo non erba fascio e anche a Bergamo sapessi a Brescia un mio amico vicino a Trento, e le tasse, i borboni, Pino Daniele, la colpa, le infrastrutture, è il suo bello, la società civile, compagni uniti, la pizza il sole Capri, razzisti.

Lo so, quindi chiedo scusa.

Però, eccheccazzo.

Mala tempora.

Tuesday 17 February 2009

La gggente si ammalano, porcaloca.

Football - no comment.

Wednesday 11 February 2009

Assegnato a Inzaghi il premio “Turani”, destinato ai campioni che sappiano coniugare qualità tecniche e fair play.

Fantocci? E’ lei, Fantocci?

Tuesday 10 February 2009

- Ciao amore mio! -

- Ciao, come va, come stai, come sta la bimba, cosa fa la bimba? -

- Bene, sto bene, faccio cose, la bimba mangiadormecagapiange, tutto ok; senti, cosa vuoi mangiare stasera? -

- Non so, che proponi? -

- Mha, pensavo alle uova… se vuoi, per te potrei fare una frittata di cipolle… -

- MITICO! Stasera c’è Italia - Brasile! In diretta da Wembley! -

- Eeeee… quindi? Non capisco il nesso… -

- Ah, già… sei donna… vabbè, cito (rigorosamente a memoria, non so se mi spiego):

“sabato 18, alle 20 e 25, in telecronaca diretta da Wembley, Inghilterra - Italia, valevole per la qualificazione della coppa del mondo.Fantozzi aveva un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle (per la quale andava pazzo), familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!!!” -

- Intendi dire che se, a una certa ora, scodellata la frittata di cipolle, io e la piccola principessina ci ritirassimo in cameretta, per esempio, per una novantina di minuti -

Più intervallo ed eventuale recupero! -

- più intervallo ed eventuale recupero, tu non te ne avresti a male? -

- Amore, io lo sai sono buono e caro e vi amo tantissimissimimisssisssimimisssismo, ma Italia - Brasile, in diretta da Wembley, e tu, inconsapevolmente, mi proponi la frittata di cipolle… non sono io, E’ UN SEGNO DEL DESTINO!!!! -

- Spiace, ho appena guardato, non ci sono uova. Stasera spinaci bolliti, e su sky fanno le repliche di CSI -

- Alla faccia della Corazzata Potemkin… -.

Basoviza.

Tuesday 10 February 2009

Su quindici libri di storia oggi in uso nelle scuole superiori italiane, solo cinque, nella parte “storia moderna”, parlano delle foibe.

Ancora meno quelli che parlano degli eccidi dei Titini, e dell’esodo degli italiani di Istria.

Ve lo meritate, Alberto Sordi.

Keith.

Monday 9 February 2009

La domenica pomeriggio andare a comprare i giornali all’edicola, quella aperta 24 ore, 365 giorni, che vende tanti giornali ma soprattutto porni, tanti porni.

C’è la signora al banco, seria, che si fa i fattacci suoi.

Io, anche, mi prendo repubblicacorriere e due fumetti.

Mi avvicino per pagare, e sento una musica.

Bella, musica. Piano, basso, batteria.

E’ una radio? Noooo… suona da cd messo su dalla cassiera.

Le do i giornali, lei midi dice il prezzo, allungo i soldi.

Mentre aspetto il resto, le dico “Keith Jarret, vero?”

e lei mi guarda stupita, sorride e dice “eh, sì”.

E me ne vo, salutando una complice segreta di qualcosa di bello, in un mondo brutto, pieno di gente ùrenda, come voi.

Eluananismi II.

Monday 9 February 2009

A me del Presidente Napolitano è piaciuto parecchio - ma parecchio, eh - quando ha detto “nessuno ha l’esclusiva del dolore nè della compassione”, e sembrava volesse aggiungere “maledetti pretacci”, non l’ha detto, ma secondo me lo pensava.

Bello, ripeto.

SOLE!

Friday 6 February 2009

No, eh?

Humanitaire, humanitaire!!!

Wednesday 4 February 2009

L’associazione umanitaria è caratterizzata da una non indifferente umanità.

La nostra associazione umanitaria, poi, trasuda umanità, in quanto tra l’altro noi si ha tutti una formazione umanistica.

L’umanesimo della associazione umanitaria si è recentemente concretizzato nei contatti con un orfanotrofio sito nella Casamanche, che è una zona tutta brutta aceta e malata del Senegal, dove fino a tre anni fa stava la guerriglia, e una suora si è fatta un mazzo così ed ha tirato su l’orfanotrofio.

E’ un orfanotrofio proprio poverello, che dice quando hanno un bimbo prematuro il solo modo per provare a tenerlo caldo e non farlo morire è avvolgerlo in coperte e circondarlo di bottiglie di acqua calda.

Dice se ci portate una culla termica - proprio un modello base, semplice semplice, senza pippe robe cose, che qui se si rompe non ci sono i pezzi, se si guasta è un casino, quindi proprio basic - ecco se ci portate una culla termica, noi salviamo parecchi bambini, dice il bacarozzo (inteso come la suorina).

Noi contattiamo uno che fa i venditore di robe per ospedali, e questo manda una proposta 9.000,00 euri più iva.

Abbello dico io, ma a noi serve una roba semplice, per l’Africa!

E’ questa! risponde lui, questa è proprio la base basic! semplice come la volete voi!

Ma scusa, ciccio, su depliant che mi hai mandato dice “l’ammiraglia della nostra produzione”, “lo stato dell’arte della tecnologia”, “freni frecce ABS 4×4 turbo intercooler schermo piatto videochat caffè con cialde gratis per un anno”…

Sì sì dice lui ma quello è il modello base, poi se ci metti gli accessori allora diventa fica, invece questo è base.

Mha sarà, ciccio, ma noi vedi noi il budget son 5.000,00 euri più iva per la culla termica, che poi il resto son medicine che il bacarozzo (sempre la suorina) dice servono giù ai bimbi e roba per le ostetriche, quindi spiace grazie lo stesso arrivederci è stato bello per qualsiasi cosa, tranquillo, ci facciamo vivi noi…

AVVOCATO!!!!!!

Sì, ciccio, dica?

Quantohadetto che avete?

Seimila lordi.

Checculo avvocato guardi un culopazzesco ah come vi ha detto bene a voi ah ma lei dovrebbe giocare al superenalotto dovrebbe acchecculo checculo erano aaaanni

cos’erano?

aaaaaaaaanni che non conoscevo nessuno con un culo così!

e, di grazia, perchè c’avremmo culo, noi?

eh perchè ho guardi mi balla mi avanza oooooooohh devo far dei sacrifici dei numeri devo truccare i bilanci eh ma per i negri lo sa

eh per i negri, vero?

eh sì per i negri insomma sta proprio una culla termica che guardi avvocato solo per voi vien via precisa a seimila lordi checculo checculo checculo, che ne dice?

Che ne dico? Fàmo, cinquemila, lordi, che per i negri…

Eluanismi (con una mano sui maroni).

Wednesday 4 February 2009

Se ci sono errori di battitura è perchè, considerato l’argomento, sto srcivendo con una mano sui maroni, una che tocca ferro, una che tocca legno, i diti incrociati mentre faccio le corna e stringo una corona d’aglio, il santino a Padrepio, brucio incenso e mirra e metto due mezzi euri nel pattino delle offerte a Vusnù, che si sa mai.

Allora.

Se mai, mai mai eh, se mai mi dovessi trovare nelle condizioni di Eluana Englaro, ecco questo è il mio testamento biologico o come minchia si dice.

Allora.

Non mi fido.

Non so se mi fido che se i dottori dicono morte celebrale son morto. Magari invece loro non lo sanno e dentro, sento.

Ma star dentro a sentire, per anni, zitto fermo muto buio, NO.

Quindi se i dottori dicono “mòtto, ròtto, finito” ecco allora basta.

Dici lo dici adesso che sei bello fico magro abbronzato ganzo e sano, magari poi invece sei lì muto zitto buio ma siccome senti, hai cambiato idea e non vuoi più che spengano.

Magari.

Ma siccome invece non lo posso più dire “ooooooh ferma ferma ho cambiato idea!!!!”, vale oggi e oggi dico “STACCA AAAA’ CORENTE!!!”.

Poi.

Nel caso fuori stiano dei cialtroni con i lumini, le preghiere, le foto di me quand’ero giovane e fico, ebbene.

Prima di tutto, che le foto siano effettivamente belle.

E’ urendo che la ggènte facciano vedere le foto che sei vestito come andava di moda diec’anni prima, con i capelli che sembri lo zio di Tom Jones.

Poi, ancora.

Se la ggènte di fuori bloccano tipo la ambulanza,  giù botte. Daje col bastone PEM PEM, che tanto loro son di quelli che son nati per soffrire, la vita è sfiga jazza merda e dolore, stai male qui poi vedrai godi nell’aldilà etc., quindi daje col bastone che fai anche del bene.

Poi, infine, la cosa in assoluto più importante.

SILENZIO.

Sempre, comunque, ovunque, SILENZIO.

Oooooooh, bene, ora che si sa, son più tranquillo.

Poi magari non capita, che le mani sui maroni etc. etc. serviranno pure a qualcosa, ma insomma.

Fùmeno.

Tuesday 3 February 2009

Allora vieni a Londra?

Sì, giove e venere.

Bene, quindi vieni alla cena di gala organizzata dal superpupazzo per tutti i pupazzi, i vicepupazzi, i sottovicepupazzi e gli amici dei pupazzi?

Sì, l’idea è di passare in ufficio da te, far due tre riunioni che devo spiegare robe, poi andare direttamente alla cena…

Ma lo sai che la cena è in smoking?

Smoking?

Smoking! Ce l’hai, lo smoking?

No, io non ce l’ho, lo smoking.

Dai te lo presto io. Però portati le scarpe nere.

Quelle ce le ho!

Sì ma non quelle che avevi su l’altra sera, che si vedeva che son vecchie e stanche anche se le lucidi, che vorrai mica far la figura del barbone con il supercapopupazzo?

No… provvedo alle scarpe, allora..

Brao. Ti aspetto.

Aridacce er premio.

Tuesday 3 February 2009

Ma Al Gore, quello che ha preso il Nobel per il riscaldamento globale, la desertificazione, i ghiacciai che si ritirano, le piste da sci con su le margherite, gli orsi bianchi alla deriva sugli iceberg, Al Gore, dicevo, se venisse un po’ a Milano, sai dove gliele metterebbero, la desertificazione la siccità ed il riscaldamento globale?

On spot.

Tuesday 3 February 2009

Allora sei stato in Congo?

Sì.

E com’è andata?

Eh, bene, dai, eran anche simpatici.

Ma come comunicavi, che là parlano francese e te il francese non lo sai?

Ma non è vero che non lo so, l’ho fato per due anni alle medie!

*

Cazzo, a te ti mancano solo due esami - e nemmeno di quelli difficili - per diventare frocio!

*

Ho registrato il superbowl.

Che tutti mi han detto “PARTITONE!!!”.

Che io son appassionato, di football americano, perchè io da giovine ci ho giocato, per alcuni anni, a football americano.

Che significa soprattutto che, io, conosco le regole e quindi capisco cosa succede in campo.

Poi, mentre ero in California ero a San Francisco e tifavo i 49ers, perchè Joe Montana mi piaceva un sacco.

Poi però, tornato in Italia, mi son appassionato ad un’atra squadra, i Pittsburgh Steelers, che in italiano sarebbe tipo “i metalmeccanici di Pittsburgh”.

Mi piacevano in quanto Pittsburgh è conosciuta in tutta l’America per essere un posto di merda, dove si va solo a lavorare e con un clima infame, gelido per undici mesi l’anno e afoso per il restante unico mese: capirete che per uno che vive a Milano, è come avere insieme l’INter ed il Milan del football americano.

Poi sono una squadraccia.

Poche seghe, poco spettacolo, pochi lanci che là se non piove nevica, e giocano insistentemente su un campo non sintetico che dopo dieci minuti di solito è quasi come San Siro - arieccoci - quindi fai fatica a stare in piedi, che cazzo ti lanci? la forza della squadra è da sempre nella difesa, un agglomerato di negri enormi ed ignorantissimi e di bianchi gonfi di steroidi con l’intelligenza di un Caterpillar me molto meno agili.

E quando le cose si fan difficili, sugli spalti i tifosi - intabarrati come esploratori polari o come quelli della tribuna verde di San Siro - tiran fuori il “terrible towel”, cioè “l’asciugamano terribile” che è una roba che solo gli ammerigani, cioè uno straccio giallo che tutti hanno in tasca e tiran fuori e gridano e la squadra dovrebbe gasarsi.

Perchè, in realtà, non lo si capisce, ma insomma sò ammmerigani, anche te che cazzo chiedi.

Quindi in finale, domenica notte, al superbowl, i Pittsbrugh Steelers contro gli Arizona Cardinals.

La registro.

Ieri mattina tutti che mi dicono “PARTITONE!!!” e mi narrano di intercetti, touch down decisivo a dieci secondi dalla fine, botte, schiaffi, sputi, Bruce Springsteen che canta a metà tempo, Barak Obama che da il calcio di inizio e quelli di star treck che compaiono in mezzo al campo e il capitano Kirk che apre il suo Motorola e dice “Signor Sulu , dove cazzo ci hai mandato????”.

Insomma, figata.

ieri sera metto a letto la famiglia, mi appresto a stapparmi una birra, quando la registrazione si interrompe a metà dell’ingresso in campo degli Steelers.

Niente da fare.

Saltata.

Ed era solo lunedì.

Bestemmie.

Monday 2 February 2009

A Padova fa freddo.

Oggi, intendo. Oggi, a Padova fa freddo.

Soprattutto quando arrivi in stazione all’una, il treno tuo sta alle duemmezza e a Padova, in stazione, non c’è la sala d’aspetto.

Sì c’è il baretto, prendi un caffè un tramezzo un Petrus per passare il tempo, ma poi esci e ti congeli - con freddo umido della neve del mattino che poi diventa pioggia nel pomeriggio - anche la base del pisello.

Che non è un bel modo di stare, e l’umore, che già che uno che deve andare il lunedì mattina a Padova son bòzze di Champagne che parton dalla gioia, l’umore ne risente.

Poi sali finalmente sul treno, e minchia ste poltrone del cazzo son scomode non si riesce nemmeno a mettersi de sbiès per dormire, orco qui e orco là.

Due ore a orcare, poi quando mancan cinquecento metri alla stazione di Milano arriva la cortese signorina delle FFSS “bigliettiprego” che dice “oh ma lei ha sbagliato questa è la seconda classe lei c’ha il biglietto di prima”

“ma fuori dice carrozza 2, classe prima”

“eh si vede che non han cambiato il biglietto, a volte lo fanno”.

La gioia cresce sempre più, e mi trattengo a stento dallo scendere gridando “TRENINO!!!!” e coinvolgere i miei compagni di viaggio in una simpatica fila che canti e balli a tempo A - E - I - O - U IPSILON.. EEEEEE MEO AMIGO CHARLIE… EEEEEEE MEO AMIGO CHARLIE BROWN CHARLIE BROOOOOOWN!!! SASSSSUEEEEEELAAAAAA!!!!!!!!!

Arrivo alla My Personal Vespetta.

Che mi attende fedele, fuori dalla Stazione Centrale, che l’ho lasciata nel mezzo del piazzale, che tutti la vedono, così “se il birbaccione vuol fregarmela la ggente lo vedono”.

Spazzolola neve mista pioggia che si è deposta sulla MPV.

Metto casco guanti chiudo il giubbotto accendo aspetto che si scaldi mi avvio.

TLONC!

La MPV si blocca.

Insisto VROOOOOOM!

La MPV si rifiuta di assecondarmi.

TRADIMENTO!

Anche gli amici più cari, anche la famiglia, ANCHE LA MPV mi può tradire!!!!!!!

Poi rifletto.

Forse, tra il “metto casco guanti chiudo giubbotto”  e “accendo scaldo e parto” valeva la pena di inserire TOLGO LA CATENA.

Orco qui e orco là.

Parecchio orco qui e anche di più orco là.

La catena è di quelle ricoperte di una guaina in stoffa.

Essa, la catena, si è avvoltolata in numerose spire tipo boa constrictor intorno alla ruota davanti ed al disco del freno.

Essa, la guaina, si è impregnata di neve, nevischio, pioggia, fango, smog, lerciume generico e, vista la giornatina, sicuramente anche merda di cane morto.

Siccome la MPV era in mezzo al piazzale, ho rallegrato diversi magrebini che, seduti dietro le vetrine di un bar, hanno felicemente commentato la mia mezz’ora di Madonne & Santi Vari mentre, con le mani infilate tra il disco del freno, la ruota, la catena e la guaina cercavo di liberare la MPV dalle conseguenze della mia idiozia.

Ed è solo lunedì.