Godetevi un estratto del discorso di Obama, e da quello di McCain.
OBAMA.
La risposta è arrivata da vecchi e giovani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, eterosessuali, disabili e non disabili. Americani, tutti, che hanno inviato un messaggio al mondo per dire che non siamo mai stati una semplice accozzaglia di individui o una serie di Stati repubblicani o democratici. Che siamo, e che sempre saremo, gli Stati Uniti d’America. È la risposta che ha portato tutti coloro ai quali per tanto tempo è stato detto da tanta gente di essere scettici, timorosi e dubbiosi sulle nostre possibilità, ad afferrare con le proprie mani la traiettoria della storia e indirizzarla ancora una volta verso la speranza di un futuro migliore.
E mentre noi ci troviamo qui riuniti, sappiamo che ci sono americani coraggiosi che si svegliano nei deserti dell’Iraq e tra le montagne dell’Afghanistan per rischiare la vita per noi. Ci sono madri e padri che restano svegli, quando i bambini vanno a letto, chiedendosi come faranno a pagare il mutuo della casa o la parcella del medico e se mai riusciranno a metter da parte qualcosa per mandare i figli all’università.
Ci saranno intoppi e contrattempi. Molti non saranno d’accordo con ogni decisione o strategia politica che adotterò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere tutti i problemi. Ma sarò sempre sincero con voi sulle sfide che abbiamo di fronte. Vi ascolterò, specie quando non saremo d’accordo. Soprattutto vi chiedo di partecipare al compito di ricostruire questa nazione, nel solo modo in cui è stato possibile in America da 221 anni a questa parte, pezzo a pezzo, mattone su mattone, con le nostre mani callose.
Yes, we can.
Quando la voce delle donne veniva zittita e le loro speranze disattese, questa donna è vissuta abbastanza a lungo per vederle alzarsi e parlare e afferrare la scheda elettorale.
Yes, we can.
Quando regnava la disperazione nelle praterie aride del Paese e la depressione tormentava l’America, questa donna vide una nazione sconfiggere la paura con il New Deal, con nuovi posti di lavoro, un nuovo senso di uno scopo comune.
Yes, we can.
Quando le bombe cadevano sul nostro porto e la dittatura minacciava il mondo, questa donna fu testimone di una generazione capace di gesta eroiche e la democrazia fu salva.
Yes, we can.
Questa donna ha visto i bus di Montgomery, gli idranti di Birmingham, il ponte di Selma e un predicatore di Atlanta che diceva alla sua gente «We shall overcome».
Yes, we can.
Un uomo ha messo piede sulla Luna, un muro è crollato a Berlino, il mondo è stato collegato grazie alla nostra scienza e immaginazione. E quest’anno, in queste elezioni, la donna di Atlanta ha toccato con un dito uno schermo e ha dato il suo voto, perché dopo 106 anni in America, dopo aver conosciuto i momenti più esaltanti e le ore più buie, anche lei sa che l’America può cambiare.
Yes, we can.
America, abbiamo fatto tanta strada. Molto abbiamo fatto, ma resta ancora molto di più da fare. Perciò stasera chiediamoci, se i nostri figli vedranno il prossimo secolo, se le mie figlie avranno la fortuna di vivere così a lungo come Ann Nixon Cooper, a quali cambiamenti assisteranno? Quali progressi avremo fatto? Questa è la nostra occasione per rispondere alla chiamata. Questo è il nostro momento.
Questo è il nostro tempo, il tempo per rimettere al lavoro il nostro popolo e spalancare le porte dell’opportunità per i nostri figli; per riportare prosperità e promuovere la pace; per riscattare il sogno americano e riaffermare quella verità fondamentale che fa di noi, dei tanti che siamo, un unico popolo, e credere che vivere significa sperare. E quando ci scontriamo con il cinismo e i dubbi e con quanti ci dicono che non possiamo, noi risponderemo con il credo imperituro che riassume lo spirito di questo popolo:
Yes, we can.
Grazie. Che Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.
MCCAIN.
Pochi istanti fa ho avuto l’onore di sentire al telefono il senatore Barack Obama per congratularmi con lui per l’elezione a nuovo presidente del Paese che entrambi amiamo.
In una competizione lunga e difficile qual è stata questa campagna elettorale, il suo successo merita tutto il mio rispetto per l’abilità e perseveranza con cui è stato ottenuto. Il fatto che egli sia riuscito in quest’impresa animando le speranze di così tanti milioni di americani, un tempo ingiustamente convinti di aver ben poco da guadagnare oppure scarsa influenza nell’elezione di un presidente, è qualcosa che desta in me profonda ammirazione.
Questa di oggi è un’elezione storica, e io riconosco lo speciale significato che essa riveste per gli afro-americani e l’orgoglio che stasera essi devono provare. Sono sempre stato convinto che l’America offra opportunità a chiunque abbia lo zelo e la volontà per coglierle. Anche il senatore Obama ne è convinto. Entrambi riconosciamo che sebbene ci siamo lasciati da tempo alle spalle le vecchie ingiustizie che hanno macchiato la reputazione della nostra nazione e negato a un certo numero di americani la piena benedizione della cittadinanza, il loro ricordo ha ancora il potere di ferire.
Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca rivolto dal presidente Theodore Roosevelt a Booker T. Washington fu visto da più parti come un oltraggio. L’America oggi è lontana un mondo dalla crudele e superba faziosità di quei tempi. Niente lo dimostra meglio dell’elezione di un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti. E nessun americano, per nessun motivo, deve oggi rinunciare a onorare la sua cittadinanza in questa che è la più grande nazione della Terra.
Il senatore Obama ha raggiunto un grandioso traguardo per sé e per il suo Paese. Di tutto questo gli rendo merito, e gli porgo le mie più sincere condoglianze per la morte della sua adorata nonna che non è vissuta abbastanza a lungo per vedere questo giorno. Tuttavia, la nostra fede ci assicura che lei oggi riposa al cospetto del Creatore, e sarà quindi molto fiera del buon uomo che ha aiutato a crescere.
John Mccain
Il senatore Obama e io abbiamo avuto le nostre divergenze, e lui ha avuto la meglio. Non c’è dubbio che molte di queste differenze permangano. Sono tempi difficili per il nostro Paese, e io questa sera gli prometto di fare tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo a guidarci attraverso le numerose sfide che ci attendono. Esorto tutti gli americani che mi hanno offerto il loro appoggio a unirsi a me non soltanto nel congratularsi con lui, ma nell’offrire al nostro nuovo presidente la buona volontà e un onesto sforzo per trovare il modo di incontrarci, per raggiungere i necessari compromessi, per colmare le nostre differenze e cercare di ritrovare la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pieno di insidie e lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese migliore e più forte di quello che abbiamo ereditato.
Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti americani. E vi prego di credermi che nessun vincolo è mai stato per me più importante di questo. È normale, questa sera, provare un po’ di delusione; ma già domani dovremo superarla e lavorare assieme per rimettere in moto il nostro Paese. Abbiamo lottato duramente, quanto più non potevamo. E anche se non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro.
Ogni candidato commette degli sbagli, e sono sicuro di averne fatti anche io. Ma non passerò un solo istante, d’ora in avanti, a rimpiangere ciò che sarebbe potuto essere. Questa campagna è stata e resterà il più grande onore della mia vita. E il mio cuore non è ricolmo che di gratitudine per quest’esperienza e per il popolo americano che mi ha dedicato la sua attenzione prima di decidere che il senatore Obama e il mio vecchio amico e senatore Joe Biden avrebbero avuto l’onore di guidarci nei prossimi quattro anni.
Non sarei un americano degno di tal nome se dovessi rimpiangere una sorte che mi ha concesso lo straordinario privilegio di servire l’America per mezzo secolo. Oggi sono stato il candidato alla più alta carica nel Paese che amo così tanto. E stasera resto il suo servitore. Questa è una benedizione sufficiente per chiunque, e perciò ringrazio la popolazione dell’Arizona. Questa sera, più di ogni altra sera, nel mio cuore non c’è che amore per questo Paese e per tutti i suoi cittadini, sia che abbiano sostenuto me o il senatore Obama, e auguro buona fortuna all’uomo che è stato il mio rivale e che sarà il mio presidente.
E mi appello a tutti gli americani, come spesso ho fatto in questa campagna, a non disperare delle nostre attuali difficoltà, ma di credere sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché niente è ineluttabile, qui. Gli americani non si lasciano mai andare. Noi non ci arrendiamo mai. Non ci nascondiamo dalla Storia, noi facciamo la Storia. Grazie, Dio vi benedica e benedica l’America.